| La doppia vita di Nicolas Roeg |
E' una sera fredda come da tradizione londinese. Nicolas Roeg (il regista di "A Venezia…", "Un dicembre Rosso Shocking" e "Chi ha Paura delle Streghe?") in un ufficio pieno di loschi figuri in abiti formali. Sono gli investitori che devono decidere quante sterline stanziare per il suo nuovo film. In un'atmosfera piuttosto tesa i loschi figuri parlano, si guardano di sottecchi, attuano uno strano codice gestuale. Alla fine sorridono come squali a stomaco pieno e deliberano: il film si farà.
L'opera a cui si stanno riferendo è "Master of Lies", un thriller erotico che Roeg sta per girare ad Edimburgo: la storia riguarda Neil (Gabriel Byrne), uno scrittore affermato che sta perdendo la vista. Un uomo all'apice del successo sta per affrontare una grave crisi personale.
In questo contrasto interiore si inserisce una donna misteriosa, Helen (Catherine McCormack), che pare conoscere la “metà oscura” del protagonista, una seconda personalità con vari scheletri nell'armadio; è l'inizio di una relazione ossessiva e stordente che inevitabilmente porterà a colpi di scena e finale tragico.
Tutti i presenti concordano nel ritenere la storia “very sellable”, molto vendibile; dunque, finito il meeting, posso rivolgermi ad un Roeg visibilmente rilassato e fiducioso.
Da dove nasce l'idea della storia di "Master of Lies"?
Roeg – La vicenda è tratta da un misconosciuto racconto di Robert Louis Stevenson, Scandal ; il racconto era ampiamente autobiografico e toccava tasti delicatissimi della vita dello scrittore, al punto che sua moglie lo costrinse ad eliminare la prima redazione perché troppo intima. Dopo aver bruciato il manoscritto, Stevenson riscrisse il racconto in maniera meno amara e personale e lo fece stampare.
Da questo racconto, che ha fornito la prima base per Lo Strano Caso del Dottor Jekyll e di Mister Hyde, è persino stato tratto un manga, infatti il mio film verrà coprodotto da una compagnia giapponese.
La doppia vita è un tema che continua ad affascinare sia gli autori sia il pubblico; secondo lei, perché?
"Credo che sia folle non ammettere che ognuno di noi ha davvero una doppia vita; il libro di Stevenson tocca il nervo della questione proprio perché la affronta in modo personale, individualistico. Nel mio film, ogni attore deve recitare un doppio ruolo, quello “reale” e quello “mentale” e ciò ha reso il casting molto più complesso: all'inizio avrei voluto scritturare Donald Sutherland, col quale ho lavorato spesso, ma durante le prove mi è parso che stesse dando a Neil un taglio troppo aggressivo; in seguito Donald è stato chiamato su un altro set, quindi ho dovuto scegliere Gabriel Byrne; ma non è stato un ripiego, anzi sono molto soddisfatto, perché Gabriel ha la calma necessaria per calarsi nel personaggio nel modo che io avevo previsto".
Trovo molto interessante che ogni personaggio reciti due ruoli diversi; dunque il protagonista non è l'unico ad avere dei segreti?
"No, tutti hanno qualcosa da nascondere. Una delle scene più intense del film presenta Neil e Helen a letto insieme, e mentre parlano con intimità lei comincia a tergiversare, fa capire tra le righe che anche lei sta mentendo o tacendo qualcosa di oscuro. Tuttavia i due personaggi sono molto differenti, come abbiamo cercato di suggerire tramite la creazione dei set: per esempio, la casa di Helen è asettica ed inabitabile, è più un'esperienza olistica che una casa; al contrario, la casa di Neil è calda ed accogliente. Entrambe però contrastano con la natura potente e selvaggia dei dintorni di Edimburgo".
In effetti i suoi film presentano sempre due elementi in forte contrasto: da un lato c'è il racconto della vicenda, lo “storytelling”, dall'altro ci sono degli improvvisi scoppi di irrazionalità, di non-narratività che fanno librare il film verso un'altra dimensione; mi riferisco in generale alle lunghe scene erotiche in "A Venezia…" o ne "L'Uomo che Cadde sulla Terra", ma anche alla sequenza subacquea in "Cold Heaven". Come nascono queste pause narrative dal retrogusto anarchico?
"Mentre giro un film sono sempre attento a non cadere nel “familiar” (Roeg usa la parola “familiar” come traduzione inglese del concetto romantico di Heimlich, nda), nel sapere già dall'inizio che cosa sto per fare; mi ritengo una persona che ama correre rischi e credo che dirigere un film sia sempre una sfida, mi piace sentirmi insicuro e vivo la mia vita come un continuo thriller. Ecco perché, quando mi sento troppo sicuro del film che sto girando, scelgo di cambiare la sceneggiatura o di aggiungere scene non previste. In questo sono molto aiutato dai miei attori: a volte, mentre siamo sul set, mi meravigliano per la loro passione, capisco quanto posso e devo imparare da loro, allora cambio qualcosa nella sceneggiatura per lasciarli esprimere fino in fondo. Le prove possono uccidere l'atmosfera giusta con grande facilità, ma gli errori danno vita al film".
Crede che questo modo di fare sia una sua caratteristica personale o che derivi dallo spirito punk inglese?
"Credo che ci sia una parte di entrambe le cose, è il mio carattere ma è anche un modo per andare controcorrente: nonostante ufficialmente la censura non esista più, l'Inghilterra è ancora un paese molto conservatore, specialmente per quanto riguarda lo spettacolo".
Sta adottando lo stesso procedimento anche per "Master of Lies"?
"Il caso di 'Master of Lies' è particolare: essendo diviso fra gli opposti del bene e del male, dell'aggressività e della gentilezza, la sua materia è più delicata del solito; dovrò maneggiarlo con cura, altrimenti mi scoppierà in mano!"
Un altro elemento molto importante nei suoi film è la musica: non ha mai pensato di cimentarsi in un musical?
"L'unico film musicale che ho girato è stato 'The Sound of Claudia Schiffer', un documentario commissionatomi dalla BBC nel 2002, per il quale ho collaborato col musicista Adrian Utley dei Portishead: l'idea è nata per scherzo, volevo rappresentare una donna di bellezza assoluta attorno alla quale il suono vive e si muove. Ma la BBC non è stata molto entusiasta".
Il tempo a mia disposizione è scaduto, mi rimane solo la curiosità di vedere "Master of Lies" appena sarà in sala; dopo avermi salutata cordialmente, Nicolas Roeg si allontana nella bruma insieme agli squali in direzione del pub più vicino: that's England!
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| Specialisti del suono e nuovi media si incontrano sulle rive del Tamigi. |
| La School of Sound non è una vera e propria “scuola”: è semmai il nome dato ad un particolare seminario-simposio riguardante il mondo del sonoro e dei media che si tiene a scadenza biennale per la durata di quattro giorni.
Lo studio approfondito del suono, l'attenzione ai nuovi media e la qualità degli interventi ne fanno un avvenimento di importanza mondiale. Il prossimo seminario avrà luogo dal 30 marzo al 2 aprile 2005 nella prestigiosa Purcell Room di Londra. |
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