Era dal 2001 che non si vedeva in Occidente tanto interesse ed entusiasmo attorno al cinema indiano. Per intenderci dai tempi in cui “Lagaan; Once Upon a Time in India” di Ashutosh Gowaliker conquistava il premio del pubblico al festival del cinema di Locarno e neanche un mese dopo, a Venezia, “Moonsoon Wedding” di Mira Nair si aggiudicava il Leone d'Oro.
L'anno dopo “Lagaan” approda alla notte degli Oscar, ma il protagonista Amir Khan, affascinante divo fino ad allora noto per lo più ai suoi connazionali, non sfiorò mai l'ambita statuetta. Poco male, viene da dire con il senno di poi. Visto che all'epoca il pubblico occidentale, europei in testa, cominciava ad apprezzare e conoscere una cinematografia, che fine a qualche anno prima da noi era latitante.
Eppure il cinema indiano è da decenni dotato di una potente macchina distributiva, che lo ha portato a colonizzare con successo gli schermi di Africa, Russia, Paesi dell'est europeo e Paesi arabi. Come a dire che chi non vedeva Hollywood, vedeva Bollywood.
E così all'inizio del nuovo millennio, mentre il cinema americano inizia a far capolino a Oriente, Bollywood arriva anche da noi.
Sempre a Locarno l'estate del 2002 fu ribattezzata “Indian Summer”. Sul Lago Maggiore fu organizzata una mastodontica retrospettiva alla cinematografia made in India.
Del resto quando ci si accosta al cinema indiano è inevitabile dover fare le cose in grande. Quella indiana è un'industria del cinema da fare invidia persino a quella americana. Basti pensare che ogni giorno in India si recano al cinema tredici milioni di persone e ogni anno si sfornano circa ottocento pellicole.
Ma come è possibile che noi Europei ci siamo accorti solo adesso di loro? E perché in Europa sono arrivati solo adesso i film indiani? Merito della ricerca indomita dei direttori artistici dei grandi festival internazionali oppure sono stati gli Indiani a colonizzarci in cerca di nuove fette di pubblico? Lo abbiamo chiesto ad Elena Aime, una delle massime esperte di cinema indiano, autrice di “Breve storia del cinema indiano” (Lindau) e curatrice della rassegna “Off Bollywood - il cinema indiano oggi”, conclusasi il 10 luglio scorso al Museo Nazionale del Cinema di Torino.
“Si è trattato di un insieme di cose – ci dice la Aime – In questo periodo da parte dei vari festival europei c'è un grande interesse per le cinematografie orientali. Senza contare che oggi ci sono forti interessi economici che spingono l'Europa a guardare all'Asia. Da lì a cercare di scoprire anche la cultura dei nostri vicini asiatici il passo è breve. Ma è altrettanto vero che oggi il cinema indiano sta attraversando una grande crisi”. Anche lì la televisione, soprattutto quella satellitare, e la pirateria informatica hanno sottratto una grossa fetta di pubblico al cinema, per moltissimi anni l'intrattenimento popolare per antonomasia in India. Tutto il mondo è paese.
“Una delle tattiche di sopravvivenza dell'industria cinematografica indiana – continua Elena Aime – è stata quella di provare a cercare nuovi orizzonti distributivi, di provare a filtrare anche in Occidente”.
Una strada battuta con successo, che ha anche dato i suoi frutti, ma che a ben vedere ha sviluppato da noi un interesse un po' modaiolo per il cinema indiano. “La cosa che al momento più infastidisce gli autori indiani è che in Occidente il loro cinema sia sinonimo di Bollywood. E il cinema d'autore?” si chiede la Aime. Perfino nella cosmopolita Londra, dove vive la più grande comunità indiana d'Europa, le sale dedicate al cinema indiano raramente programmano film non commerciali, i cosiddetti film “off Bollywood”.
A questo punto vi aspettereste di sentir parlare di Mira Nair – a proposito si pronuncia Naìr – oppure di Deepa Mehta, fresca vincitrice del festival di Taormina.
Ma la Aime si affretta a spiegarci che Nair e Mehta, in India sono conosciute da un'esigua cerchia di persone e dai loro connazionali neanche vengono considerate registe indiane. Di più: i critici indiani le considerano come due straniere, corrotte dall'Occidente. In effetti Mira Nair lasciò l'India nel 1976 grazie ad una borsa di studio dell'Università di Harvard, mentre la Mehta, figlia di un produttore cinematografico, nel 1973 si è legata sentimentalmente al produttore Paul Saltzman e da allora vive a Toronto. Quest'ultima tornò nel suo paese per girare “Water”, il film premiato quest'anno a Taormina, ma lì non ebbe vita facile. Gli integralisti hindu a Benares le buttarono l'intero set nelle acque del Gange e la minacciarono di morte. Per quattro anni la regista non lavorò e alla fine per realizzare “Water” ricostruì Benares in Sri Lanka.
Il motivo di tanto odio nei suoi confronti si chiama “Fire” (1997), film che fece il giro del mondo con successo, ma in India fu ritirato. La storia di due cognate che per sopravvivere ad un matrimonio combinato si innamorano l'una dell'altra ha scaldato non poco gli animi degli integralisti. “Loro – dice la Aime di Nair e Mehta – rappresentano lo sguardo critico sull'India”.
Eppoi in India, come nel resto del mondo, le registe donne sono un po' come le mosche bianche. Tuttavia come si apprende dalla godibilissima lettura di “Breve storia del cinema indiano “le registe indiane hanno uno stile davvero peculiare, “lo sguardo femminile qui spesso ci restituisce spaccature interessanti della società indiana, spesso con risvolti simili al nostro cinema di impegno sociale”.
E se c'è una regista donna, rappresentante del cinema d'autore, che da noi non è stata ancora adeguatamente celebrata questa è Aparna Sen, la prima regista che abbia fatto film interamente in inglese, conquistando critica e pubblico anche in Occidente. Di quest'autrice il pubblico torinese della retrospettiva “off Bollywood” ha potuto gustare “Mr and Mrs Iyer” (2002), pellicola ambientata al tempo degli scontri tra hindu e musulmani verificatisi in Gujarat nel 2001. Nella pellicola una donna hindu e un fotografo musulmano si trovano per caso in mezzo a quei terribili scontri e imparano a fidarsi l'uno dell'altro, nel tentativo di salvare la pelle.
E se dovessi citare un regista giovane da tenere d'occhio?
“Il più giovane - ci dice la Aime - è Manish Jha” . E per giovane regista, si intende giovane e non già all'italiana (splendido quarantenne o giù di lì). Jha a venticinque anni ha all'attivo due opere che hanno fatto il giro del mondo. Al suo debutto con il corto “A very very silent film” (2002) fece scalpore a Cannes. Cinque minuti in cui un pesante silenzio aleggia su immagini che fanno riflettere sulla dura condizione femminile in India. Jha fa parte di una generazione che ha preso le distanze dalle convenzioni bollywoodiane (poca cura per la sceneggiatura, splendide coreografie danzate, musiche e costumi sontuosi, grandi star riconoscibili a colpo d'occhio). Nei film di Bollywood sono gli attori e il compositore di musiche a farla da padroni e ad essere idolatrati dal pubblico. Il nome del regista, e meno che mai quello dello sceneggiatore, sono dettagli irrilevanti. Solo recentemente si sta affermando un cinema d'autore, molto seguito dall'elite, in cui il regista in quanto figura autoriale ha una sua cifra e autorevolezza.
E gli Indiani cosa vedono o hanno visto della cinematografia occidentale?
“Finora ben poco, anche se la tv satellitare sta incominciano a far conoscere anche a loro il nostro cinema. Le maglie della censura sono molto strette. Ma da qualche anno arrivano anche lì i grandi blockbuster americani. Per intenderci gli indiani hanno visto ‘Jurassic Park'”.
Se questo discorso vale per il pubblico, per produttori ed esercenti indiani, i veri padroni dell'industria cinematografica, va fatta una postilla. Questi sono molto più smaliziati di quanto potremmo immaginarci. Seguono molto il cinema mondiale e puntano ad essere presenti nelle vetrine più rilevanti del nostro cinema. Il non plus ultra per loro, come del resto anche per noi italiani, è essere presenti a Cannes e alla notte degli Oscar.
Chissà cosa direbbe un produttore indiano della nostra industria cinematografica, che produce pellicole con il contagocce, che se arrivano sugli schermi dei nostri vicini francesi è già un mezzo miracolo. E gli americani? Fossi in loro al pensiero di dover competere con un cinema così variegato e ben organizzato non dormirei sonni tranquilli. Ma questa è un'altra storia.
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