Primo film hollywoodiano dedicato all'11 settembre 2001, "United 93" è un potente documento iperrealista dedicato alla ricostruzione del dirottamento del Boeing 757-222 in volo da Newark a San Francisco, che si schiantò tragicamente nei pressi di una miniera di carbone in Pennsylvania.
Nelle mani del regista televisivo inglese Paul Greengrass (conosciuto al cinema per "Bloody Sunday" e "The Bourne Supremacy"), la terribile vicenda che ha terrorizzato il mondo intero è trattata con lucidità e distacco senza alcuna concessione di tipo sentimentalistico: il film segue gli avvenimenti della mattina dell'11 settembre dal punto di vista del personale delle torri di controllo, del centro militare nordoccidentale, e dell'FAA (l'amministrazione federale dell'aviazione statunitense), alternando la frustrazione, l'angoscia e l'impotenza di militari e civili di fronte ai monitor e ai radar, alla ricostruzione degli avvenimenti che ebbero luogo a bordo del Boeing 757-222 (l'unico dei quattro aerei dirottati che fallì il bersaglio originale).
Greengrass ricostruisce le vicende a bordo del velivolo sulla base dei pochi documenti disponibili (la scatola nera, le chiamate telefoniche dei passeggeri e dell'equipaggio), utilizzando uno stile da reportage televisivo che riproduce alla perfezione le immagini incerte, imprecise e traballanti che si ripeterono per diversi giorni sui telegiornali di tutto il mondo. Il racconto alterna sapientemente la descrizione della tensione, del panico e del caos a bordo dell'aereo, all'incredulità, lo sconcerto e la frustrazione e la paura del personale a terra, facendo leva sull'impatto dello stile documentaristico e su una recitazione di tipo immediato e iperrealista. Per questo il film non si concentra su personaggi, ma piuttosto su ruoli: individui in costante azione, mai nominati, nè connotati psicologicamente. A questa scelta, per altro efficace e giustificata dal punto di vista stilistico, si accompagna la totale assenza di qualsiasi spiegazione di tipo storico-politico. Chi sono questi dirottatori dai gesti insicuri, che pregano in arabo e confidano in Allah dalle prime immagini dei titoli di testa a quelle finali precedenti lo schianto? Quali sono le loro motivazioni? Senza dubbio tale scelta è preferibile a semplificazioni qualunquiste e manipolazioni sensazionalistiche a cui i film politici hollywoodiani di grande consumo ci hanno abituati (Dio solo sa cosa ci riserva Oliver Stone nel suo "World Trade Center" di prossima uscita!). Eppure non si può non sospettare, dietro alla mancanza di approfondimento, una scelta di comodo legata all'incapacità di analizzare e spiegare una serie di avvenimenti ancora troppo freschi per poter essere incasellati storicamente—e dettata, probabilmente, dalla paura di incappare nel giudizio di una critica predisposta a stroncare qualsiasi tentativo di speculazione sulla tragedia dell'11 settembre.
Nel complesso non si può negare a United 93 la capacità di avvincere ed emozionare senza mai cadere nell'apologia sentimentalistica del patriottismo a stelle e strisce tanto cara al grande pubblico americano. Pesano tuttavia l'incapacità di approfondire i retroscena politici del film terroristico (come invece ha saputo fare, più o meno bene, Spielberg nel recente "Munich") o di far parlare gli eventi da sè e di cogliere i "sensi ottusi" (per dirla con Barthes) dietro alla pura registrazione fenomenologica degli avvenimenti — come il cinema indipendente americano degli ultimi anni ha dimostrato di saper fare ("Elephant", "Buffalo 66", "Bubble").
E di una spiegazione, chiara e approfondita, un popolo come quello americano a cui sono state sventolate confuse motivazioni ed errati collegamenti tra Iraq e al-Qaeda, dittatori e dirottatori, ne ha veramente bisogno.
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