Golden Globe: nel segno di Ang Lee
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La 63ma edizione dei Golden Globe probabilmente passerà alla storia come quella più attenta degli ultimi anni ad un certo cinema impegnato socialmente e low budget, come direbbero gli Americani. Gli 84 membri dell'Hollywood Foreign Press quest'anno non hanno fatto concessioni alle major, quindi sono rimasti fuori dalla competizione grandi produzione come "Jarhead" di Sam Mendes, una sorta di "Apocalypse Now" sulla Guerra del Golfo o "Munich" di Spielberg o film di più spicciolo intrattenimento come "King Kong" di Peter Jackson, il regista che negli anni scorsi con Frodo e compagnia ha monopolizzato il palmares di Golden Globe e notte degli Oscar.
Infatti tra le pellicole in gara non c'era un solo blockbuster e tutti i film in lizza non hanno ancora conquistato grandi fette di audience, in patria. Segno secondo il "New York Times" che in questi tempi storicamente delicati Hollywood si limita a seguire, ma non a condurre le tendenze politiche e culturali del paese.
C'è chi sostiene che la serata dei Golden Globe, con film in gara come "Syriana" di George Clooney o "The Constant Gardener", rappresenti quasi un revival degli anni '70, quando il cinema era molto impegnato politcamente.
Il film che ha fatto incetta di premi però è una storia d'amore tra due cow boy, firmata da Ang Lee. Non è propriamente una storia politica, ma è una storia dissonante nel panorama culturale americano. Da che mondo e mondo infatti il western, il genere per antonomasia a stelle e strisce, ha sempre celebrato l'amicizia virile, e il machismo alla John Wayne. In precedenza solo Mel Brooks aveva osato rappresentare in "Mezzogiorno e mezzo di fuoco" uno sceriffo gay e per giunta nero. Ma si trattava di una parodia. Per un americano immaginare due cowboy innamorati sa quasi di "ubris", così se "Brokeback Mountain", che tra l'altro al nostro Festival di Venezia ha vinto il Leone d'Oro, ha conquistato i critici di mezzo mondo, sul fronte degli incassi non è stato così ben accolto. Anzi in alcuni stati americani, come era da prevedersi, è stato accompaganto da polemiche se non addirittura ritirato dallle sale. Ma Ang Lee ormai da anni perfettamente integrato negli Usa e quindi avvezzo a certi meccanismi tira dritto e magari il 5 marzo si porta a casa pure un Oscar, per ora invece si augura che la forza dei film riesca a cambiare la mentalità della gente, come ha sottolineato ricevendo il premio dalle mani di Clint Eastwood.
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