| Che pasticcio, Bridget Jones! |
I titolisti italiani sono in vena di fantasia: dopo l'ignobile Se mi lasci ti cancello assegnato ad Eternal Sunshine, ecco Che pasticcio, Bridget Jones!, un titolo che ricorda più Charlie Brown e che fa temere in una lunga serie di episodi con Bridget per protagonista. La trama di questo secondo capitolo comincia un mese dopo la fine del primo, ovvero dopo il fidanzamento della polposa Bridget con l'avvocato Mark Darcy; ma l'armonia dura poco, complici una collaboratrice di Darcy dalle gambe affusolate e soprattutto le figure imbarazzanti di Bridget nell'alta società. Come se non bastasse, il donnaiolo Daniel Cleaver torna alla carica e trascina la protagonista in una tragicomica avventura in Thailandia a base di seduzione, condita da funghetti magici e patrie galere. Fortunosamente tornata a Londra, Bridget deciderà finalmente quale è l'uomo della sua vita e forse lo sposerà.
Diciamo subito che senza la simpatia e la bravura di Renée Zellweger il personaggio di Bridget non otterrebbe una briciola della travolgente identificazione che suscita nel pubblico femminile: il suo pensiero è superficiale e la sua ironia all'acqua di rose, eppure riesce a coinvolgere e intenerire per onestà ed ingenuità. Gli attori di contorno sono naturalmente perfetti e pilotati con grande abilità da uno script dal ritmo sostenuto, con molte situazioni spassose e senza cadute; peccato per la colonna sonora: una raccolta di hit che ripetono nelle liriche esattamente ciò che accade sullo schermo, una scelta che più scontata non si può. Oltretutto le povere canzoni sono tagliate e rimontate in modo grezzo e fastidioso, soprattutto nel caso di I believe in a thing called love dei Darkness; ma se l'orecchio non è così pignolo, si può perdonare.
Ciò che in questo film non va, semmai, è il messaggio: conservatore nel complesso e pericolosamente razzista-colonialista nella sequenza del carcere thailandese. Bridget, rinchiusavi per errore, viene a contatto con un gruppo di giovani detenute dalla vita drammatica da cui impara brevemente a non essere schizzinosa in fatto di uomini; dopodiché, esaurito tutto ciò che può imparare da loro, è lei a dare lezioni: insegna alle ragazze col mito dell'Occidente a cantare Like a virgin, senza peraltro mostrarsi mai interessata ai costumi della Thailandia (descritta con la peggior superficialità turistica). La sceneggiatura impone poi che sia solo la donna bianca a lasciare il carcere, mentre le ragazze asiatiche ben più disgraziate di lei si devono accontentare dei regali in stile occidentale che la brava e buona Bridget compra per loro: reggiseni e libri sul sesso. L'ipocrisia di tale sequenza è bilanciata nella seconda parte da una spruzzata di lesbismo politically correct e innocuo quanto basta; quanto alla scelta finale di Bridget, per evitare uno spoiler si dirà solo che avere idee politiche molto discutibili è infinitamente meno importante che avere un bel posteriore. Suvvia. le donne si meritano ben altri modelli di vita! |
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| Truffaut: da ribelle a classico |
Scoprire qualcosa di nuovo sulla sua biografia o sui suoi film sembra proprio una missione impossibile. Su François Truffaut, scomparso vent'anni fa, si è scritto forse più che su ogni altro regista francese.
A sfatare il mito che su Truffaut non ci sia più molto da dire c'è il volume "François Truffaut: professione cinema" di Aldo Tassone, insigne critico nonchè direttore della rassegna fiorentina France Cinéma. I tradizionali incontri di Firenze (1-7 novembre 2004) quest'anno celebrano il cineasta. |
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