| di Vera Brozzoni- 01/09/2006 | ||
When the levees broke. A requiem in four acts – di Spike Lee Dopo le quattro sconvolgenti ore di reportage sulla catastrofe dell'uragano Katrina, documentata da Spike Lee con terribile empatia, il programma prevedeva “World Trade Center”, un altro racconto di un'altra catastrofe; sarebbe stato interessante, ad uno scopo freddamente critico, confrontare il piglio indipendente-documentario con quello hollywoodiano-fictional; ma stranamente, in quel momento l'idea di vedere all'opera l'accoppiata Oliver Stone – Nicolas Cage mi dava solo un grande disagio: meglio non inquinare la visione di “When The Levees Broke” (Quando Gli Argini Si Ruppero) con altre, e sicuramente più superficiali, immagini di distruzione. La cronaca dell'uragano e della conseguente inondazione di New Orleans, i cui argini erano stati costruiti senza badare alle effettive regole di sicurezza, tiene desta l'attenzione per quasi quattro ore: ma ciò è possibile solo grazie alla sapienza drammatica con cui il regista alterna filmati del disastro, testimonianze dei superstiti, gente che si abbandona al lutto e gente che vi resiste, indignazione, disperazione, sarcasmo, musica. Per costruire il suo lungo Requiem, Lee ha intervistato una mole impressionante di persone, dai superstiti alle celebrità (Harry Belafonte, Sean Penn) ai meteorologi che avevano previsto la potenza devastatrice di Katrina agli ingegneri che nei prossimi anni ricostruiranno la città; ma le dimensioni del progetto filmico sono semplicemente proporzionate alle immani dimensioni del disastro: circa 2000 morti, un milione di sfollati che hanno dovuto lasciare la città devastata. Un milione di persone sradicate dal proprio mondo e in certi casi strappate alle proprie famiglie, disperse in vari punti degli Stati Uniti come in una nuova diaspora: il peso delle radici non è mai stato un fardello tanto gravoso. Lee si concentra sulle persone, sia vive sia morte, e non teme di mostrare primi piani di cadaveri gonfi e decomposti; il lato polemico serpeggia come un fiume sotterraneo e ogni tanto affiora impetuosamente: la disgrazia sarebbe stata evitabile, o quantomeno contenibile, se l'allarme per l'uragano fosse stato dato prima e se, in seguito, gli aiuti fossero arrivati più celermente. Invece l'America si è improvvisamente bloccata dietro a problemi burocratici; o forse dietro al razzismo e alla pigrizia: dopotutto, gli sfollati di New Orleans sono soltanto un mucchio di poveri negri. Eppure, ciò che rimane memorabile è il modo in cui gli abitanti reagiscono alla catastrofe: c'è chi ha perso i genitori, c'è chi ha perso i figli, ma la città ha ancora abbastanza forza e vitalità per festeggiare il coloratissimo Mardi Gras e per suonare il blues in una banda di ottoni. Mezione d'onore a Spike Lee dunque, autore della prima opera sinceramente sconvolgente di questa mostra; menzione di disonore alla vecchia Barbara Bush, che nel film dedica agli sfollati parole di un cinismo rivoltante. |
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