Sulla via di De Seta
Nel 2005 gli è stata dedicata una personale al Full Frame di Durham in North Carolina ed al Tribeca Film Festival di New York. Quest'anno invece a riportare Vittorio De Seta sotto i riflettori della stampa internazionale ci sono state altre due retrospettive: una alla Fondazione Flaherty l'altra al MOMA di NewYork.
Al Tribeca di Robert De Niro, è stato Martin Scorsese a presentare i film dell'ottuagenario cineasta italiano. “Il senso del ritmo di De Seta, l'uso che fa della cinepresa la sua straordinaria abilità nel fondere i personaggi con l'ambiente, furono per me una totale rivelazione” ebbe a dire Scorsese a New York. Definito dal maestro italoamericano "un antropologo che parla con la voce di un poeta", De Seta negli ultimi anni ha vissuto una straordinario fortuna all'estero, mentre in Italia è un autore quasi dimenticato. Il suo ultimo film "Lettere dal Sahara" è stato presentato al Lido, ma piuttosto in sordina e nel giorno in cui tutti, dal pubblico ai critici, rincorrevano la capricciosa divetta de "La Dalia Nera". La pellicola poi, che esce venerdì nelle sale è distribuita dall'Istituto Luce in poche copie.
Eppure questo cineasta che il mondo ci invidia, proprio al Lido ha raccolto i suoi primi allori. Nel 1961 De Seta fu premiato in Laguna. Il suo "Banditi ad Orgosolo" vinse qui il premio come migliore opera prima. In realtà i francesi lo avevano riconosciuto ben prima di noi. Con "Isola di fuoco" vince il primo premio per il documentario al Festival di Cannes del 1955. Nel 1966 l'attore Jacques Perrin ottenne la Coppa Volpi per "Un uomo a metà".
E il premio alla carriera quest'anno gli è arrivato dall'Istanbul International Film Festival. Mentre l'unico festival italiano che fin dalla prima edizione di tanto in tanto ha celebrato De Seta è stato il Torino Film Festival, fin da quando si chimava "Cinema Giovani".
La Mostra del Cinema di Venezia aveva manifestato interesse per il lungometraggio, che ha lo stesso titolo di una raccolta di articoli sull'Africa di Alberto Moravia, già due anni fa. All'epoca però la lavorazione di "Lettere dal Sahara" si era incagliata in una serie di contrasti tra il regista e la produzione. Per poi riprendere un anno e mezzo dopo, grazie alla creazione di un comitato di garanzia formato dall'associazione Doc/it e dall'Anac. De Seta ha cominciato il montaggio a gennaio e lo ha concluso pochi giorni prima dell'omaggio che gli ha reso il Moma a fine giugno.
"Ho girato con due camere digitali, il titolo è rimasto ‘Lettere dal Sahara' perché molti ormai lo conoscono così, anche se ormai il film ha poco a che fare col deserto. All'inizio avevo previsto di fare le riprese vicino alla Mauritania, invece ho girato più a Sud" ha spiegato De Seta.
Nel film Assane, un giovane senegalese, musulmano, dopo la morte del padre, interrompe gli studi per emigrare in Italia.
Naufraga a Lampedusa e da lì parte alla volta della Sicilia, terra natale del regista. Riesce a fuggire, raggiunge Villa Literno, vicino Napoli, dove un cugino, Makhtar, gli ha assicurato un lavoro, un impiego precario in un ambiente davvero pericoloso.
Da lì si sposta a Firenze, ospitato da una cugina, di madre francese, che fa l'indossatrice e che vive secondo i costumi occidentali. Il suo nome è Salimata e la parente fa di tutto per poter far avere al cugino l'agognato permesso di soggiorno.
Ma Assane non può accettare: Salimata convive con Vanni, un architetto italiano e questo è contrario ai suoi principi religiosi.
Cambia ancora e si ritrova a Torino, dove sorretto dalla fede e dalle lettere d'incoraggiamento di un suo anziano professore, affronta le dure prove della clandestinità.
Studia l'italiano, trova un lavoro stabile. Caterina, l'insegnante d'italiano, per fargli avere il permesso di soggiorno, lo assume come ”badante” del fratello Luca, disabile. Assane aiuta il ragazzo in difficoltà.
Quando tutto sembra andare per il meglio, viene picchiato da una banda di balordi, subisce un forte trauma e gli è intollerabile restare in Italia.
Rientrato a casa, frustrato per non aver corrisposto alle aspettative della famiglia, vive una lunga crisi. Infine raggiunge il suo anziano professore, ritirato in un villaggio nel Sud.
Questi riuscirà a restituirgli fiducia, identità, speranza.
Al Lido, il cineasta ha ricordato di aver iniziato a scrivere questo film ben 8 anni fa, quando gli sbarchi a Lampedusa iniziavano a portare all'attenzione del dibattito politico e sociale italiano il problema dell'immigrazione clandestina.
L'immigrazione e gli sbarchi a Lampedusa sono ancora di stretta attualità. "Non è facile rappresentare sullo schermo quello che nella realtà è una situazione ancora in atto. Il mio parere da essere umano è che dobbiamo instaurare un dialogo, perché sennò saremo sopraffatti". E aggiunge ancora De Seta: "Penso che saremo salvati dagli stranieri che vengono a vivere nel nostro paese". |