Se Michele è poco Placido con i giornalisti
Lo rivedremo presto sul grande schermo. Michele Placido nella prossima annata cinematografica tornerà e questa volta non da regista. Monicelli lo ha togato, facendogli fare il monaco stregone in "Le rose del deserto", D'Alatri lo ha trasformato in un cuoco seduttore ("Commediasexy") e Tornatore invece ha fatto del mitico commissario Cattani un vero genio del male, ("La sconosciuta").
E fra qualche giorno Placido si toglierà un'altra soddisfazione, quella di sedere in giuria di un grande festival internazionale. Dopo aver firmato uno dei film di maggior successo della passata stagione, "Romanzo criminale" con cui si è aggiudicato, prima il successo internazionale a Berlino e poi in casa 5 Nastri d'Argento e 8 David di Donatello, il prossimo impegno di Placido sarà quello di giurato alla Mostra del Cinema di Venezia, che apre i battenti tra una decina di giorni.
In attesa di fare il giurato, Placido, di nome, ma non di fatto si toglie qualche sassolino dalla scarpa. Dalle colonne del "Corriere della Sera" del 21 agosto l’attore infatti lancia deciso alcuni strali: «Ritorno alla Mostra, ma solo come giurato Se avessi un mio film non ce lo porterei più».
Il motivo?
«Non dimentico quei fischi villani di due anni fa alla presentazione del mio film, 'Ovunque sei'».
Il suo bersaglio favorito sono i critici o sedicenti tali. «Purtroppo non è passione, è maleducazione - continua l'attore e regista con la sua consueta vis polemica - . Non è possibile che a un festival internazionale di quel calibro alle proiezioni per la critica entri chiunque. Basta che su un qualsiasi sito internet uno si proclami critico, per farsi accreditare come tale».
E l'autore con fermezza sostiene che in una Mostra i fischi sono ammessi e leciti, ma non il dileggio e gli schiamazzi .«Non si può lavorare per anni su un progetto, metterci dentro energie, passioni, denari, e poi vederselo far a pezzi da un manipolo di giovanotti incompetenti. So bene che non è successo solo a me. L'anno scorso il bersaglio è stato Roberto Faenza con 'I giorni dell'abbandono'».
Alle bordate contro critici e giornalisti, Placido ci ha un pochino abituato. Nell’aprile scorso il regista era stato piuttosto duro nei confronti dei critici dei quotidiani, basta aveva detto a "quei sacerdoti che parlano di Moretti come fosse l'unico regista italiano a fare qualcosa di buono". E in cima alla lista dei sacerdoti campeggiava il nome di Curzio Maltese, reo di aver definito "Il Caimano" e il suo regista gli unici italiani esportabili.
Ma torniamo ai giorni nostri, alle dichiarazioni di Placido, quest'accoglienza da stadio per i film italiani, di certo non fa bene né a Venezia, né al nostro cinema, che sta rialzando la testa. Tra i produttori infatti Venezia è considerata una piazza troppo rischiosa. «Quando l'anno scorso 'Romanzo criminale' è stato invitato, il produttore ha preferito portarlo a Berlino. E quest'anno Tornatore ha preferito Roma».
E ormai la rivalità tra Roma e Venezia è palpabile ogni giorno di più nell'ambiente dei cinematografari. Non passa giorno che non venga rinfocolata. Dal palco dell'XI Vasto Film Festival, Lina Wertmuller ha detto: "Sono preoccupata, sarà inevitabile la concorrenza con la Mostra di Venezia. Già ci siamo fatti fregare dai francesi e adesso ci freghiamo da soli. Dovremmo fare piú film e meno festival, ma comunque confido in Veltroni che è bravissimo". Un colpo alla botte e uno al cerchio.
Fuoco e fiamme contro i critici, perché per il Lido Michele Placido ha propositi pacifici. «Se mi permetto certe osservazioni è per il rispetto e l'amore che ho verso questo festival. Inoltre Muller è bravo, il programma bellissimo e io sono orgoglioso di far parte di una giuria con tanti nomi prestigiosi e una presidentessa come Catherine Deneuve. Un'attrice meravigliosa, ma anche una donna di cultura, impegnata in importanti battagliei».
Quanto ai suoi gusti da giurato sempre sul "Corriere" conclude: «Vado quindi alla Mostra con gran curiosità e felicità. Sperando di imbattermi in film coraggiosi e non convenzionali, lontani dal piattume televisivo. Ma più che premiare l'ennesimo film di guerra, pur nobilmente impegnato, come è successo a Berlino e a Cannes, preferirei attribuire il Leone a un film capace di indagare sui misteri dell' esistenza e dell'uomo. Partendo dal privato si può capire meglio il perché di tante cose che non funzionano. Truffaut e Bergman ce l'hanno insegnato».
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