di Vera Brozzoni- 09/09/2006  

Breve disquisizione sulle arti marziali al cinema
Incontro con Jackie Chan

Jackie Chan, la star di “Rush Hour” e “Lo Smoking”, colui che ha mescolato kung-fu e comicità, colui che è stato chiamato “il nuovo Bruce Lee” e ha prontamente replicato di essere “il primo Jackie Chan”, ebbene Jackie è davanti a me in una elegante terrazza che si affaccia sul mare del Lido; indossa un vestito di seta azzurrino chiarissimo e camicia celeste e dal vivo ha un'espressione più sveglia di quella che ha nei suoi film. Sentiamo cosa ci dice all'indomani della presentazione del suo ultimo film “Rob-B-Hood” diretto da Benny Chan.

Come fa a coreografare le sue scene? Come è cambiato il suo metodo in questi anni?

Oggi è molto difficile fare qualcosa di nuovo nelle coreografie di lotta: ormai è stato fatto di tutto, e sono state mostrate nuove armi, nuove ambientazioni. L'unica modalità in cui si può variare la scena è inserire elementi o drammatici o comici, ma è un'innovazione che si riferisce allo script, non alla tecnica. In questo film l'elemento di novità è il rapporto col bambino; siccome è un elemento delicato, ho lavorato fianco a fianco col regista, perciò prima di girare sapevo già come si sarebbero svolte le azioni. Dal punto di vista pratico, quando giro un'azione lascio molto spazio all'improvvisazione: sulla sceneggiatura scrivo “azione piccola”, “azione grande” e poi sul set la incarniamo; vediamo quali oggetti possono andare bene, quest'albero sì, questo tavolo no… si decide tutto sul campo.

È questa libertà che fa sì che “Rob-B-Hood” sia molto meglio dei suoi film americani?

Questo è un tasto importante: quando giro con una produzione americana, noto che gli americani non danno tanta importanza all'azione, la cosa più importante per loro è rispettare la tabella di marcia. A Hong Kong dedico 10 giorni alle scene d'azione e un giorno a quelle di dialogo, mentre in “Rush Hour” ho passato 5 giorni a fare il dialogo e 2 giorni a girare l'azione. Inoltre, in America tutto è legato al business: dopo il successo di “Rush Hour” per loro era naturale che facessi i sequel; prima anche io lavoravo così, ora mi piace cambiare e sperimentare cose sempre diverse. In America non riesco a fare i film che vorrei fare, mi danno molti soldi ma poca libertà.

Molta parte del budget dei suoi film va alle compagnie assicurative. Lei ha una assicurazione?

Quando giro in Asia non ho un'assicurazione personale: io sono responsabile di tutto, dirigo gli stuntmen, presto attenzione a tutto e se succede un incidente ne pago le conseguenze. In America, ancora una volta, gli assicuratori perdono molto tempo controllando ogni dettaglio, c'è da aspettare che tutto sia a posto prima di girare, perché ci sono troppi soldi coinvolti. A volte addirittura vorrei fare le mie azioni ma loro mi fermano!

Vedendo la vitalità del film, pensa mai a come sarà fra 10 anni, quando non potrà più fare quelle acrobazie? Come si rapporta al passare del tempo?

Sono cosciente del passare del tempo, ecco perché tendo a girare film che danno sempre più spazio all'interpretazione e non solo al kung-fu. In futuro voglio aprire una scuola di recitazione di arti marziali e produrre film dello stesso genere.

Ha messaggio per i giovani che si sono avvicinati alle arti marziali grazie a lei?

Se oggi sono qui e continuo a fare i miei film è grazie a loro. Li ringrazio di amare e di avere amato il mio cinema, è un grande supporto e una spinta a fare sempre meglio.

Quali sono i suoi progetti futuri?

In questo momento sto girando “Rush Hour 3” in Francia, ma da aprile mi aspetta un progetto anonimo con Jet Li; ne sentirete parlare!

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