| Ren Klyce conquista la Sos |
Il panorama cambia nel pomeriggio con Michael Chanan, documentarista; forse il più formale (il meno informale) dei relatori, Chanan sostiene che lavorare sul documentario impone più onestà ai realizzatori, dal regista al musicista al montatore: la eraltà narrata non va minimamente cambiata per ragioni artistiche, e allo stesso tempo lo spettatore deve continuare a credere in quello che sta vedendo. Per la sua ultima opera Detroit: Ruin of a Cit y il regista si è avvalso della collaborazione di Michael Nyman che ha composto una colonna sonora che potesse fondersi col suono in presa diretta, eseguito da Chanan stesso: in tal modo il suono della tastiera evita il bisogno di un commento parlato.
Il più atteso della giornata, il Divo della SoS, arriva nel pomeriggio: è il bellissimo e geniale sound designer Ren Klyce, plurinominato agli Oscar per il suo lavoro con David Fincher (in “Seven”, “Fight Club” fra gli altri) e Spike Jonze (in “Essere John Malkovich”). Il tema della sua lezione è centrato sulle innovazioni tecnologiche e sul dubbio che si possa “fare di più con meno possibilità”; e per dimostrarlo, ci fa ascoltare i primi esperimenti di musica elettronica, vecchi ma ancora attuali: dalle musiche per Il Pianeta Proibito (i cui compositori non furono nominati all'Oscar di quell'anno con la scusa che “questa non è musica, è rumore”) agli esperimenti del grande Les Paul, che attraverso la registrazione della propria voce ripetuta 32 volte sullo stesso nastro ha creato un effetto di frequenza indistinta. Grande ammiratore dei Matm ö s, che creano musica dai rumori e dal ritmo, Klyce è convinto che lavorare con dei limiti, che siano imposti dall'alto o dalla propria autodisciplina, favorisca la creatività; allo stesso tempo, viaggia con registratore al seguito per registrare i suoni e i rumori più strani, come quello dei granchi che si arrampicano sugli scogli e che ha poi utilizzato all'inizio di “Seven”. Abilissimo nel sovrapporre, distorcere, sfumare i suoni come se fossero colori (secondo la teoria di Paul Klee), Klyce è però cosciente del fatto che si debba “creare suoni per la macchina da presa”, ovvero tenendo sempre presente il risultato finale: il film, nella cui realizzazione nessuno, nemmeno il regista, può mettersi in primo piano e imporre la propria mano. Come è prevedibile, il pubblico reagisce entusiasta e inaugura quello che, durante i 4 giorni di SoS, sarà il ben meritato “culto” di Ren Klyce; il suo unico difetto è che non si lascia fotografare. |
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| Il surrealsimo di "Black on White" |
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