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Torna alla home dello speciale Di Sabina Prestipino
Nicola Piovani, un italiano amato oltralpe

(12/11/2005) - Un italiano in mezzo a tanti autori e attori francesi. E' il compositore Nicola Piovani giunto a France Cinema per accompagnare il film “L'Equipier” di Philippe Lioret, di cui ha firmato la colonna sonora. Il film e' stato il vincitore di questa ventesima edizione del festival. La giuria presieduta da Marchio Bellocchio ha affermato di non aver avuto dubbi, ha voluto premiare il talento di Lioret, un regista che purtroppo in Italia continuera' a rimanere sconosciuto, visto che i suoi film non vengono distribuiti. E dire che Lioret e' gia' al quarto film ed e' davvero una di quelle belle scoperte fatte dal festival diretto da Aldo Tassone e Francoise Pieri. “L'equipier” poi e' anche interpretato da un'attrice francese molto apprezzata da noi, come Sandrine Bonnaire. Eppure questo dramma, ambientato sull'isola bretone di Ouessant, che narra di due guardiani del faro molto amici divisi dall'amore per la stessa donna, da noi verra' ignorato. Eppure un grande compositore di casa nostra ne firma la colonna sonora.

Fatto non trascurabile se si pensa che ormai il cinema italiano in Francia e' pressoche' invisibile. I film di produzione italiana distribuiti in Francia nel 2004 non hanno superato la decina. Se non altro, vien da pensare, i nostri autori – vale la pena ricordare ogni tanto che nel cinema autore non e' solamente il regista – vengono conosciuti e apprezzati all'estero.

L'incontro a Firenze con Nicola Piovani poi e' di quelli che lasciano il segno. Dopo il successo per “La vita e' bella” o per “La stanza del figlio”, tanto per citare due delle sue colonne sonore piu' popolari, ci si immaginerebbe che il maestro Piovani sia uno di quegli artisti che vivono sull'Olimpo. E invece a sentirlo alla conferenza stampa sembra quasi di essere stati invitati a casa di un amico di vecchia data. Spiritoso, arguto, Piovani in poche parole riesce a gettare luce sul suo mestiere di compositore per il cinema e non disdegna anche di allargare lo sguardo su temi di attualita', come i tagli recentemente annunciati alla cultura in Italia.

“I tagli alla cultura – afferma Piovani – sono solo un dettaglio rispetto alle accettate che sono state inferte negli ultimi anni al settore. Quando ero piu' giovane, negli anni Ottanta gia' ci si lamentava per quanto poco veniva fatto in questo campo. Ma nessuno poteva immaginare l'abisso che sarebbe venuto dopo. E' evidente che l'Italia e' una nazione che tende a morire se tratta la cultura in questa maniera. C'e' da augurarsi, per i giovani che si affacciano adesso al mondo dell'arte e non solo, che qualcosa cambi”. Ma il maestro Piovani non ce l'ha tanto con chi sfoltisce i fondi, la sua e'un'analisi lucida e non una presa di posizione politica. Anzi si affretta a spiegare che la scure sui finanziamenti allo spettacolo e' il male minore. “La cosa peggiore e' che nel campo dell'arte oggi l'apparire tende a diventare il tema. La cosa peggiore e' che oggi si puo' apparire e non essere. E apparire e non essere e' come filare e non tessere. Ad esempio oggi se uno scrive un romanzo, inizia subito a pensare con chi pubblicarlo, a quale trasmissione mandarlo. E il contenuto? Le ragioni per cui si e' scritto? Queste cose passano in seconda battuta”.

Ma le battute piu' illuminanti del maestro Piovani sono sicuramente quelle sul suo mestiere di compositore. “ Va subito dette che formule o ricette non ne esistono” mette le mani avanti Piovani. “Il giusto equilibrio tra musica e immagine scatta quando si crea una scintilla tra il cineasta e il compositore. Sta all'autore farti entrare in sintonia con l'opera, prima ancora che essa sia tradotta in immagini. Se scatta la scintilla, il compositore esprimera' con la musica cose che le immagini e le parole non possono dire. Se scatta quella scintilla vuol dire che tra musica e immagine si e' creato un rapporto di necessita'. Allora la musica diventa un fiato inconscio del film”. Ma e' anche vero che ci sono film senza musica che funzionano benissimo. E a tale proposito Piovani cita i film di Luis Bunuel. “Se tutti i registi fossero come lui io potrei cambiare mestiere”.

In “L'equipier” la colonna sonora predilige il pianoforte, uno strumento rischioso da usare per le musiche da film. “ Si' il pianoforte e' uno strumento invadente. Per questo non lo uso sempre. L'ho usato nei film di Nanni Moretti e in due di Lioret. Il pianoforte non si nasconde e in genere al cinema il commento musicale non deve farsi sentire. Per il cinema clarinetti e archi sono piu' discreti. La musica deve camminare insieme alla storia, non deve suscitare nello spettatore l'idea che nella stanza accanto ci sia uno che sta suonando. Ecco perche' con il pianoforte bisogna andare con i piedi di piombo”.

E ancora: “La musica nei film entra a blocchi, ma non deve essere una struttura parallela che distrae dal flusso narrativo. Bisogna guardare l'immagine e scorporare la musica. Bisogna curare il dettaglio. Nell'arte il dettaglio e' fondamentale. Ecco perche' e' quasi impossibile fare della buona musica per una fiction televisiva. Per una fiction la musica si compone prima e visti i tempi ristretti non e' consentito curare la musica su misura per le immagini”.

Per quanto riguarda il film di Lioret, due sono stati i sentimenti su cui Piovani si e' concentrato: “Delicatezza e discrizione. Immaginavo che lavorando principalmente con piccoli tocchi, potevo capire e svelare l'intimita' di queste donne e di questi uomini sperduti nella foschia bretone”.

 

 

France Cinéma: concorso ristretto con tante sorprese
Qualche veterano, come Cavalier, Berri, Thomas, Lelouch, ma soprattutto volti nuovi: Carrère, Nadjari, Lioret, Jolivet, Larrieu, Podalydès.  Poche invece le opere prime. Quest'anno a France Cinéma  la rosa dei film in concorso si è ristretta, del resto la copiosa filmografia di Eric Rohmer ha imposto di limitare quest'anno il numero dei film della passata stagione. Il livello qualitativo rimane sempre medio alto. Ma qualche piccola scoperta Tassone ce la propone anche quest'anno.
Frugale, economo, coltissimo. Alla scoperta di Rohmer
"Quello del superartigiano Rohmer è un cinema che non somiglia a niente - scrive Aldo Tassone - Si può dire tranquillamente che si è inventato un sistema economico-produttivo perfetto, che gli ha consentito di godere di un'assoluta libertà. E si è inventato un suo “genere”, quello, per così dire, dei “racconti morali”: un raffinato cinema di conversazione che, contrariamente a quanto si è potuto ipotizzare, non annoia assolutamente".

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