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Torna alla home dello speciale 13/05/2005
Di Sabina Prestipino
Londra, l'Opera e Dostoevski e Woody Allen cambia
E' Woody Allen la star della giornata di ieri. A sorpresa, perchè ormai la sua presenza nei festival internazionali non fa più scalpore.
Il regista americano è molto prolifico: da anni, con straordinaria puntualità, tira fuori un film l'anno e sceglie con cura il festival europeo dove rpesentare la sua ultima fatica.
Dapprima fedele "aficionados" del Lido di Venezia, città da lui molto amata, nel 2002 Woody tradì l'Italia per Cannes, presentando sulla Croisette "Hollywood Ending". Mentre lo scorso autunno presentò "Melinda & Melinda" a San Sebastian.
E ora ritorna sulla Croisette con un film che ha letteralmente catalizzato l'attenzione dei critici. Cosa che non avveniva da almeno un lustro. In fondo nessuno osava dirlo apertamente, ma Woody Allen negli ultimi anni sembrava essersi rassegnato a vivere di rendita e i fasti di "Manhattan" ed "Annie Hall" sembravano ormai lontani.  Il fatto è che Woody Allen non riesce a non immaginarsi al lavoro dietro una macchina da presa. "Mi sento come un malato mentale quando non giro - afferma in conferenza stampa a Cannes - fare film mi rilassa. E' come una terapia, non faccio film per abitudine o soldi ma per me stesso e per vedere come viene alla fine, Se un film è apprezzato sono felice, altrimenti è lo stesso perché per un anno mi sono distratto, mi sono calato in una storia per un anno e mi sono divertito. Fare film mi impedisce di vivere in un mondo reale con attrici e attori che mi piacciono. Finito il film ricado nella vita reale e cerco subito un altro progetto''.
Il suo modo di fare cinema era quasi diventato un marchio di fabbrica, marchio di fabbrica certamente di qualità, ma talvolta un po' ripetittivo e quindi un po'scontato, al punto da lasciare scarsamente il segno.  
E invece alla soglia dei settanta, Woody riesce a stupire. Tullio Kezich sul Corsera di oggi grida quasi al miracolo. E' sempre lui dice Kezich, intendendo dire che è sempre il grande autore di un tempo. Ma lui chi? Si domanda dopo poche righe, sottolinenando la ventata di novità creativa che ha travolto Allen. Abbandona New York per Londra, il jazz per l'opera, già solo da questi due elementi sembra un altro regista davvero. Con "Match Point" Allen, a detta del decano della critica, è "capace di rimescolare le carte e cominciare una partita tutta nuova". Insomma si volta pagina, altro che strizzacervelli e psicanalisi. Stavolta Allen punta in alto. Cita persino, tra i libri che l'hanno ispirato "Delitto e Castigo" di Dostoevski.
''Mi è capitato - spiega Woody Allen - di pensare che la storia avesse punti in comune con letteratura del XIX secolo, quella russa in particolare, la più affascinante che ci sia. Ho chiesto a Jonathan Rhys Meyer (ndr. il protagonista maschile del film) di leggere 'Delitto e castigo' perché volevo ci fosse un legame tra il mio piccolo film e quella grande opera russa, mi dava una certa autosoddisfazione che ci fosse qualche somiglianza. In un film non si possono approfondire le cose come in un romanzo, uno scrittore non ha limiti di tempo, un regista se va oltre le due ore rischia di far addormentare il pubblico. Ma cerchiamo di emulare le persone che abbiamo idealizzato''.
Il film non privo di risvolti anche tragici, sempre però abilmente temperati qua e là da qualche buon mot d'esprit, è interpretato da un cast giovane e internazionale: l'irlandese Jonathan Rhys-Meyers, l'inglese Emily Mortimer, e la nuova stella del cinema a stelle e strisce Scarlett Johansson.
A Von Trier la Palma della polemica
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Non si sa ancora chi vincera' la Palma d'Oro. In pole position ci sono Haneke, Cronenberg e Jarmusch , ma sicuramente Von Trier ha gia' vinto quella della polemica: il suo "Manderlay", che tocca i temi della segregazione razziale e della schiavitu' con inauditi coraggio ed onesta' ha suscitato violente accuse di razzismo; come se gli attori neri che compaiono nel film si fossero lasciati abbindolare da un danese pazzo.
 
Cronenberg: "Prima di tutto bisogna trovare la propria vera voce"
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Piers Handling e David Cronenberg, due grandi del cinema canadese. L'uno, meno noto al grande pubblico, direttore del Festival di Toronto, una delle vetrine più rilevanti al mondo, l'altro regista di culto che non ha bisogno di presentazioni.  A Cannes succede anche questo: due vicini di casa - entrambi vivono e lavorano a Toronto - si incontrano pubblicamente  e coinvolgano il pubblico. Pubblico naturalmente di addetti ai lavori, perché i due si sono incontrati il 17 maggio al padiglione americano del Marche' du film, dove sulla Croisette pulsa il business.
La conversazione, che si è arricchita di domande anche dal pubblico, ha avuto uno stampo tecnico piuttosto che teorico, con punte davvero intreressanti  per l'approfondito esame dei "making of" dei film del regista canadese.
Se i droidi di monopolizzano la Croisette
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Solo i vip possono entrare, chi scrive ha dovuto affrontare una levataccia per entrare alla matinée; ma ne è valsa la pena: la lotta interiore di Anakin, che sceglie il Lato Oscuro per amore (ovviamente con esiti fallimentari) è centrale e impregna di tragici presentimenti anche le sequenze più godibili all'occhio.
Splendidamente avvincente, sul finale il film si riallaccia alle scenografie del primo "Star Wars" del 1975: un black-out temporale straniante e commovente.
 
E le migliori emozioni arrivano dall'Oriente
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All'alba del quarto giorno, il festival ha gia' offerto una vasta gamma di emozioni, dall'esaltazione alla delusione; in tutte le categiorie primeggia l'Oriente.
Moll, Allen e il debutto di Buscemi
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"Lemming", il thriller di Dominik Moll che ha aperto le danze, è prevedibilmente morbosetto e furbetto, niente di memorabile. Meglio "Kilométre Zéro" di Hiner Saleem ("Vodka Lemon") che si conferma buon narratore e direttore d'attori; speriamo solo che il letto semovente non diventi il suo marchio di fabbrica. Interessante il debutto registico di di Steve Buscemi per la InDigEnt, "Lonesome Jim" con Casey Affleck e Liv Tyler, caliente e coinvolgente il film di danza "Iberia" di Carols Saura ...
Il miglior posto dove porsi la domanda


Il quesito arriva dal giornale più letto dei professionisti del cinema. Alla vigilia del festival francese su "Variety" si chiedono: un giorno esisterà uno star system europeo? Bella domanda.
Di certo, dice "Variety", Cannes è il luogo più adatto dove lanciare la questione, ma anche, vi si dice, il più deprimente per i produttori europei che devono fornteggiare l'inevitabile risposta.
La risposta impietosa sarebbe che i film d'autore elevano gli spirit degli spettatori all'interno del Palais, ma fuori attorno al "red carpet" le folle di pubblico e i flash dei fotografi sono tutti per i divi americani.
Ma è prorio vero?

LEMMING, di Dominik Moll, inaugura il concorso a Cannes
A Cannes i cavalieri Jedi aprono la sfilata di autori


A Cannes è tutto pronto. Sulla Croisette cronisti, critici e giurati sono già schierati. E in questo clima festoso ancora una volta, per il secondo anno di seguito, tra il lusso e la mondanità, si insinua la dura realtà con le gigantografie di Florence Aubenas e Hussein Hanoun, sequestrati in Iraq appese.
Insomma Cannes non vuole girare lo sguardo davanti alle ferite del mondo, davanti all'assurda crudeltà della guerra e della violenza. Un po' come il cinema che ci si aspetta di vedere in questa 58ma edizione, definita un'edizione all'insegna del cinema d'autore.

Ritorno al classicismo


Nessun documentario e nessun cartoon quest'anno in concorso sulla Croisette."Quest'anno c'è il ritorno a un certo classicismo e dei grandi autori, molti dei quali sono già stati in gara", ha spiegato Thierry Fremeaux direttore artistico del 68esimo festival alla conferenza stampa di presentazione.

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