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27/06/2006
di Franco Cicero e Sabina Prestipino
Taormina anno zero?

Apertura con polemica e chiusura in bellezza, così si potrebbero sintetizzare le sei giornate di Taormina (20-25 giugno 2006). Alla vigilia del Taormina FilmFest, che ha chiuso i battenti domenica 25 giugno, mancava la solita atmosfera festosa. Il clima era austero, da annunci solenni. Si parlava di un drastico ridimensionamento della kermesse nel 2007 e circolavano voci addirittura della sua soppressione.
Il motivo? Il “main sponsor”, l'istituto bancario BNL ha chiuso improvvisamente i cordoni della borsa.
Il rapporto tra il festival taorminese e l'importante istituto bancario era iniziato nel migliore dei modi nel 2002, e sembrava procedere a gonfie vele, al punto che la sigla BNL era entrata a far parte integrante della denominazione ufficiale della manifestazione. Quest'anno invece si è tornati al sobrio nome “Taormina FilmFest”, il che comporta – ha sottolineato Laudadio – la perdita della sponsorizzazione di 500 mila euro. Una voce fondamentale nel non ricco finanziamento del Festival, che rimane così di un milione e 200 mila euro (in massima parte stanziati dalla Regione Siciliana, con un intervento di 150 mila euro del ministero dei Beni culturali, attraverso il Fondo unico per lo spettacolo).
Troppo poco, a detta di qualunque addetto ai lavori. Pochissimo, quasi infinitesimale, se paragonato ai budget di cui dispongono le altre rassegne cinematografiche internazionali: dai 44 milioni di euro di Cannes ai 7 milioni di euro della Mostra di Venezia.
Altrettanto preoccupata è stata l'analisi di Ninni Panzera, segretario generale di Taormina Arte, che ha parlato non solo del FilmFest ma dell'intera manifestazione che continua ad andare avanti pur con lo stesso finanziamento rimasto inalterato fin dal 1990. Secondo Panzera è ormai ineluttabile una totale “riconsiderazione artistica e organizzativa”.
E Panzera ha concluso con un'allusione al significato del nuovo manifesto del Taormina FilmFest. Quest'anno non c'è più l'immagine di Marilyn Monroe di Mimmo Rotella, ma una suggestiva testa di Medusa, con le pellicole al posto dei serpenti, creata da Tina Berenato. “La Medusa – ha ricordato Panzera – ha uno sguardo che uccide”.
Insomma le premesse non erano delle più rosee, nessuna star di punta hollywoodiana avrebbe come in passato inaugurato il festival. Eppure alla fine il festival si è concluso sotto i migliori auspici, con un'ovazione interminabile dei quattromila spettatori del Teatro Antico ha accompagnato i titoli di coda dell'emozionante film di Deepa Mehta. Sari bianco, i capelli fermati da un fiore di ibiscus, la regista indiana ha dato una bella scossa al festival con il suo “Water”, capitolo finale di una trilogia dedicata agli elementi. Deepa Mehta si era imposta all'attenzione della critica nel 1991, l'anno in cui debuttò sulla Croisette con “Sam & me” che vinse la Caméra d'or.
“L'accoglienza di Taormina mi ripaga in parte delle traversie che ho incontrato. Il film è iniziato nel 2000 ma i fondamentalisti indù mi hanno perseguitata, hanno bruciato i miei set, mi hanno minacciata di morte al punto di costringermi a lasciare l'India e a bloccare le riprese per quattro anni”.
Il film narra le vicende di un gruppo di vedove che una crudele legge indù obbligava, alla morte dei mariti, a vivere in un “ashram” in eterna penitenza, con la testa rasata e la proibizione di risposarsi. Di queste comunità facevano parte anche bambine di sette o otto anni, come la piccola Chuya, una delle protagoniste della pellicola. Tra le giovani vedove spicca Kalyani (la magnetica Lisa Ray) costretta a prostituirsi per mantenere la casa e innamorata di un giovane sostenitore di Gandhi. Drammatico e poetico al tempo stesso, “Water” conquisterà il pubblico e non solo quello femminile.
La lezione dell'indiana è che esiste dunque un cinema diverso da Bollywood e dalla sua musica, i colori, i melodrammi. Lezione che si potrebbe attualizzare anche per il direttore artistico Laudario: non esiste solo Hollywood. Puntare sugli autori emergenti, sulle pellicole trascurate dai distributori, sui film al di fuori del solito circuito dello star system potrebbe dare una nuova vitalità ad una kermesse, che negli ultimi anni ha cambiato troppe volte nome e ricetta.

Tra il serio e il faceto, il lavoro secondo Della Casa

Abbiamo raggiunto Steve Della Casa al telefono a Terni, proprio mentre è in corso il festival. E non abbiamo resistito a chiedergli quale fosse la "specialità Della Casa" nel menù di Terni.
"Di festival del cinema in Italia ce ne sono tanti, ma la particolarità di questo è che parla di un tema serissimo, come il lavoro, in maniera profonda, ma allo stesso tempo con venature di leggerezza - spiega il direttore artistico - L'idea è quella di alternare l'impegno con l'intrattenimento". Un esempio?

Berlino: dalla parte degli emarginati

La 56ma edizione del festival, conclusasi il 19 febbraio scorso, molto radicata nel presente,  era stata definita ancor prima di iniziare una rassegna "politica" dal suo stesso direttore Dieter Kosslick. La cruda attualità dei conflitti che in questi anni hanno sconvolto il mondo (e continuano a farlo) sono stati al centro anche del verdetto della giuria, presieduta dall'attrice francese CharlotteRampling. Una giuria rigorosa, che ha mostrato di non fare lo struzzo di fronte a temi scottanti e ha accolto in un certo senso l'invito metaforico di alcuni cineasti in concorso a schierarsi con gli emarginati e i perdenti della storia.

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