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08/04/2006
di Mattia Nicoletti
“Lucky number Slevin”, tra le cartucce migliori del Miff
La sua struttura organizzativa sembra ancora molto lontana dai grandi festival, e forse proprio per questo il Miff qualche sorpresa riesce regalarla agli spettatori.
“Lucky number Slevin”, thriller con attori dai nomi altisonanti (Bruce Willis, Morgan Freeman, Ben Kingsley), è un film di grande stile formale, con dialoghi brillanti che strizzano l'occhio a Tarantino. Se si vuole trovare un difetto l'impianto narrativo del film è talvolta complesso e non comprensibile al primo istante. Ma è un peccato veniale perchè l'opera di Paul McGuigan, si sviluppa su continui colpi di scena, identità celate, verità apparenti.
Slevin (Josh Hartnett) si reca a trovare un amico a New York. Fatica sprecata. L'amico non è a casa, e anzi sembra sparito. Ormai in città Slevin trascorre la notte prima di ripartire, ma qualcuno (il Boss Morgan Freeman), che crede sia lui l'abitante dell'appartamento, gli ricorda che c'è una somma che non è stata restituita.
Da qui la situazione già complessa diviene ancor più intricata, perchè alcune situazioni mostrate agli spettatori, non è detto che siano accadute.
McGuigan, scozzese, nasce come fotografo di mondi patinati e fake , come la moda , e ritiene che lavorare sugli attori sia una delle basi del suo cinema.

“E' importante stare bene con gli interpreti e creare un'atmosfera di distensione”, dichiara il regista, “e per ‘Lucky number Slevin', questo clima divertito mi ha consentito di ottenere da grandi interpreti come Morgan Freeman, Bruce Willis e Ben Kingsley, la migliore espressione dei dialoghi scritti per il film. La tranquillità del set si è così trasferita sullo schermo”.

“Inoltre,” aggiunge McGuigan, “questo è un thriller dal volto umano dove gli effetti speciali sono superati dal lato personale dei protagonisti. Questo effettivamente è un approccio innovativo a un genere che rischia sempre di cadere nello sterotipo”.
Berlino: dalla parte degli emarginati

La 56ma edizione del festival, conclusasi il 19 febbraio scorso, molto radicata nel presente,  era stata definita ancor prima di iniziare una rassegna "politica" dal suo stesso direttore Dieter Kosslick. La cruda attualità dei conflitti che in questi anni hanno sconvolto il mondo (e continuano a farlo) sono stati al centro anche del verdetto della giuria, presieduta dall'attrice francese CharlotteRampling. Una giuria rigorosa, che ha mostrato di non fare lo struzzo di fronte a temi scottanti e ha accolto in un certo senso l'invito metaforico di alcuni cineasti in concorso a schierarsi con gli emarginati e i perdenti della storia.

Guantanamo e Iran, la Berlinale nel segno dell'impegno civile
Quello che Michael Moore aveva fatto a Cannes 2004 con "Fahrenheit 9/11", a Berlino 2006  l'ha fatto Michael Winterbottom con "The Road to Guantanamo" . Insomma stessa scossa di adrenalina scrive  "Variety"  a proposito del film del regista inglese in concorso. Sarà che finora la sezione in concorso non ha riservato grandi sorprese. Fatto sta che  il film di Winterbottom è stato l'unico a far confabulare tra loro i giornalisti a fine proiezioni martedì, sempre stando a "Variety".
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