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Guantanamo e Iran, la Berlinale nel segno dell'impegno civile
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Quello che Michael Moore aveva fatto a Cannes 2004 con "Fahrenheit 9/11", a Berlino 2006 l'ha fatto Michael Winterbottom con "The Road to Guantanamo" . Insomma stessa scossa di adrenalina scrive "Variety" a proposito del film del regista inglese in concorso. Sarà che finora la sezione in concorso non ha riservato grandi sorprese. Fatto sta che il film di Winterbottom è stato l'unico a far confabulare tra loro i giornalisti a fine proiezioni martedì, sempre stando a "Variety".
E c'è già chi fa congetture su un bis di Winterbottom a Berlino. Un Orso d'Oro il regista se l'è già aggiudicato nel 2003, sempre con un film impegnato socialmente, un film che parlava dell'Afghanistan e delle vicende drammatiche di immigrati clandestini ("In This World" ). Il suo "The Road to Guantanamo" si inserisce ancora in questo solco, tuttavia ci sono due precisazioni da fare. Si tratta di un'opera realizzata a quattro mani (il film è codiretto da Mat Whitecross); non è un film di finzione ma un docu-drama, strettamente agganciato ad un fatto di cronaca di qualche tempo fa. Protagonista del film è il caso Tipton Three, la storia di tre musulmani inglesi tenuti prigionieri per due anni nel campo di Guantanamo Bay e poi rilasciati due anni fa. Due dei musulmani, Ruhel Ahmed and Asif Iqbal erano anche presenti alla conferenza stampa del film. Uno di questi sfoggiava pure un cappellino della Nike.
I tre alla fine erano innocenti. Forse la loro unica colpa era essere di nazionalità sbagliata nel posto sbagliato. I tre ventenni britannici musulmani, d'origine pakistana e bengalese, furono presi in Afghanistan, dove si erano recati perché uno di loro avrebbe dovuto conoscere la sua futura moglie. E se il film, che mescola con grande rigore immagini di repertorio e fiction, non bastasse a farvi desumere che gli artefici di questo clamoroso sono gli Americani ansiosi di passare alle vie di fatto con i musulmani, buoni o cattivi che siano ci pensa il suo regista, che non è certo uno che le manda a dire: "agli americani non importava che fossero di Al Quaeda: bastava che fossero musulmani stranieri in Afghanistan. Chi è davvero ritenuto di Al Quaeda, va nelle carceri segrete, non a Guantanamo" ha detto in conferenza stampa. Chi non ci fa come al solito una gran bella figura è il presidente Bush che nel film tuona dal suo scranno: "Siamo il bene".
Tuttavia rispetto al collega Michael Moore, Winterbottom è meno sensazionalista e ci tiene a sottolineare che il suo film non è antiamericano in senso generale. Ma il fatto che esistano posti come Guantanamo è davvero scioccante. Per tutto il film infatti, che dura 90 minuti, il regista tende a sottolineare l'assurdità e la follia di questa triste vicenda umana.
Accanto a Winterbottom e Whitecross, in concorso ieri è passato un film iraniano. In corsa per l'Orso d'Oro il film iraniano "Zemestan" (It's winter) di Rafi Pitts. Mokhtar lascia la famiglia suoce ra compresa per cercare lavoro all' estero. L' uomo sparisce per mesi e la polizia lo dà per morto.
Per la moglie questo significhera' povertà, ma sopratutto il dover adattarsi alla difficile condizione di vedova in Iran.
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