L'Europa ha un effetto rigenerante su Woody Allen. E Londra sembra davvero diventata la seconda patria del regista newyorkese, che può riprendere e rielaborare i grandi temi del suo cinema, trovandosi a proprio agio come nella sua amata Manhattan.
Grazie alla sua precedente opera londinese, “Match Point”, Allen è tornato pochi mesi fa al trionfo internazionale, chiudendo definitivamente la non memorabile parentesi dei suoi ultimi film americani prodotti dalla “Dreamworks”. E se “Match Point” riportava in auge i canoni etici e drammatici del Woody Allen di “Crimini e misfatti”, invece “Scoop” fa ritrovare il più consueto Woody brillante commediante, pur in una vicenda gialla con un pizzico di thiller ma con una netta prevalenza di divertimento, quasi un remake in stile britannico di “Misterioso omicidio a Manhattan”.
L'errore maggiore sarebbe quello di ritenere che “Match Point” e “Scoop” rivelino i due volti contrapposti del regista. Sono, al contrario, le due facce della stessa medaglia, indissolubilmente legate come se si riflettessero in uno specchio.
Basti pensare, ad esempio, al rovesciamento (ma complementare) dei personaggi interpretati dalla giovane e sempre più convincente Scarlet Johansson, nuova musa ispiratrice dell'autore. In “Match Point” era la causa scatenante di un comportamento criminale, mentre in “Scoop”, nei panni di un'impacciata aspirante giornalista, si mette a caccia di un inafferrabile “assassino dei tarocchi”, che potrebbe addirittura essere l'uomo bello e ricco di cui si è innamorata, interpretato da Hugh Jackman che si fa apprezzare per la versatilità con cui passa dai film d'azione alle commedie. Ma l'unica testimonianza a carico del sospettato sembra assai labile: è fornita addirittura da un cronista morto prematuramente (il grottesco Ian McShane) che appare come un fantasma per lanciare le sue accuse.
Entrambi i film, quindi, sono ambientati nelle splendide abitazioni dell'alta aristocrazia inglese e giocano sul contrasto caratteriale tra britannici e americani, con particolari sottolineature umoristiche in “Scoop”.
Nel Vecchio Continente, dove da decenni è più amato che in patria, Allen entra in punta di piedi, come fosse consapevole di dover rendere omaggio a una cultura che viene da lontano. Ecco, quindi, che anche nella colonna sonora di “Scoop” sparisce il suo adorato jazz, per essere sostituito da brani classici, soprattutto di Ciaikovskij e Grieg. E la calda fotografia, come in “Match Point”, è dell'inglese Remi Adefarasin, mentre il montaggio è affidato ad Alisa Lepselter come accade ormai da “Accordi e disaccordi” del '99.
La vera differenza con “Match Point” è che in “Scoop” Woody Allen torna anche a fare l'attore. E si diverte un mondo nel realizzare il suo sogno infantile di interpretare un mago: veste i panni, infatti, del prestigiatore Splendini, un artista piuttosto in decadenza ma ancora dal buon tocco nei giochi di carte, che accetta di aiutare (per modo di dire) la ragazza, fingendo di essere suo padre, per smascherare il fantomatico killer.
Emerge un Woody Allen più sereno, finalmente del tutto consapevole dei suoi pieni 70 anni, disposto anche a scherzare con la morte, raffigurata nella maniera più tradizionale con tanto di falce mentre conduce teatralmente i defunti verso l'aldilà a bordo di una tetra barca. Allen interpreta un illusionista, ma nella sua pimpante sceneggiatura gli fa dire tante verità anche autobiografiche. Tra le molte battute a raffica, una è già da antologia: “Come nascita sono di religione ebraica, ma poi mi sono convertito al narcisismo”. Geniale.
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