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10/11/2006
di Franco Cicero

Nuovomondo

Considerato il vincitore morale dell'ultima Mostra di Venezia, dove è stato acclamato e ha conquistato uno speciale Leone d'argento come "Rivelazione" e una messe di prestigiosi riconoscimenti, "Nuovomondo" è stato scelto meritatamente per rappresentare l'Italia nella corsa all'Oscar per il miglior film straniero.

Un'investitura che Emanuele Crialese aveva sfiorato nel 2002 con "Respiro", il pluripremiato film con Valeria Golino ambientato a Lampedusa. Quarantunenne romano, ma con radici siciliane, Crialese aveva esordito nel '97 con "Once we were strangers", storia di un siciliano a New York senza permesso di soggiorno.

La Sicilia e l'emigrazione sono quindi tematiche assai care al regista e rappresentano il fulcro di "Nuovomondo", la sua opera finora più complessa e dalla lunga gestazione, di cui Crialese ha scritto anche la sceneggiatura. Articolato in tre precisi e distinti blocchi narrativi, "Nuovomondo" prende il via nella campagna in provincia di Palermo agli inizi del Novecento. Le forti immagini (l'ottima fotografia è di Agnes Varda) restituiscono integra la visione di una Sicilia ancestrale, terra ingrata per i negletti che vi lavorano, priva di speranze, a differenza della mitizzata America, laddove si favoleggia che crescano monete sugli alberi, che scorrano fiumi di latte e che gli ortaggi siano giganteschi.

Per questo il vedovo, ancora nemmeno quarantenne, Salvatore Mancuso sente che deve emigrare per raggiungere il fratello, portando con sé i due figli, Angelo e il muto Pietro. E pure l'anziana madre che invece avverte auspici negativi e non vuole abbandonare la sua casa. Alla famiglia Mancuso vengono affidate anche due ragazze, Rita e Rosa, destinate a un matrimonio "per corrispondenza" appena giunte in America.

E' questa la parte più potente del film, popolata di riti arcaici (eppure non così tanto lontani nel tempo) tra superstizione e malocchio, con i sogni a occhi aperti di Salvatore che fanno da stridente contrasto alla vera povertà quotidiana. Segue il capitolo dell'imbarco e della lunga navigazione verso New York, con gli emigranti stipati nella miserevole terza classe. Crialese sa bene di dover affrontare il confronto visivo con importanti pellicole (da "La leggenda del pianista sull'oceano" di Tornatore a "Titanic"). Sceglie quindi una dimensione claustrofobica, con inquadrature strette: non mostra mai la nave in campo lungo, né inquadra il mare sterminato. E' la parte in cui la cura formale (il montaggio è di Maryline Monthieux) prevale sulla sceneggiatura che comunque riserva una sorpresa: ai Mancuso si aggrega un'enigmatica donna inglese, il cui nome è Lucy, ma Salvatore la chiama "Luce" e pudicamente se ne innamora.

La tanto desiderata America non si vede mai (altra scelta registica molto azzeccata), nemmeno una tradizionale visione della Statua della Libertà. Perché, in realtà, il primo impatto di tutti gli emigranti col "nuovomondo" è Ellis Island, quello che oggi si chiamerebbe un "centro di accoglienza". Tra quarantena e visite mediche, gli esaminatori americani sottopongono i nuovi arrivati a test psicoattitudinali che – in maniera nemmeno troppo nascosta – fanno prefigurare la volontà di selezionare e ammettere soltanto i "migliori", respingendo gli altri. E' la parte più interessante del film, densa di agganci con l'attualità, foriera di ulteriori approfondimenti storici che Crialese si è ripromesso di effettuare in un suo prossimo documentario.

Il regista merita comunque l'apprezzamento di aver saputo rivolgere uno sguardo originale e importante su un momento cruciale nella storia del XX secolo, raffinando un suo stile per nulla realistico, anzi fortemente simbolico e metaforico, ben coadiuvato anche dalle ricostruzioni scenografiche (le riprese finali sono state effettuate in Argentina) di Carlos Conti, dai costumi di Mariano Tufano e dalle musiche di Antonio Castrignanò che si fondono con canti popolari e canzoni americane.

Ammirevole, infine, la cura affettuosa con cui Crialese segue i propri personaggi, ricambiata da una bella prova collettiva degli interpreti, non solo degli affermati Vincent Schiavelli (purtroppo nella sua ultima apparizione prima della morte prematura nel ruolo di un losco italoamericano) e Charlotte Gainsbourg (Luce), sempre intrigante; ma soprattutto dei siciliani che danno tono e colore ai dialoghi: dalle brave debuttanti Federica De Cola (giovane messinese in evidenza nella parte di Rita) e Isabella Ragonese (Rosa) agli altrettanto giovani Francesco Casisa (Angelo) e Filippo Pucillo (Pietro), entrambi al secondo film dopo "Respiro", fino all'assai incisiva Aurora Quattrocchi (la matriarca Mancuso) e al protagonista Vincenzo Amato, scultore di professione ma ormai attore a tempo pieno nei film di Crialese, sincero e convincente nell'incarnare la speranza positiva di cui si nutrono i sogni dei puri di spirito.



 


Slevin

Nel più puro stile dei thriller contemporanei, da "I soliti sospetti" in poi, nulla o quasi è quel che sembra e il finale riserva una cospicua dose di colpi di scena. Ma i patiti del thriller possono trovare la chiave della trama guardando con attenzione l'eccellente prologo, affidato a un racconto dell'insinuante Goodkat che teorizza la "mossa Kansas City", cioè quell'impianto che distrae l'attenzione dal reale contenuto.

Notte prima degli esami

Il regista Brizzi proviene da una quinquennale gavetta come sceneggiatore dei film comici natalizi di Neri Parenti, sul Nilo, in India, a Miami, con la coppia Boldi-De Sica. Non è un gran curriculum artistico, si può ben dire, ma certamente è servito a Brizzi per saper discernere tra la crassa battutaccia a effetto e certe regole della commedia che siano almeno garbate e funzionali.

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