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La stella che non c'è
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La classe operaia torna sul grande schermo per merito di Gianni Amelio. Il regista calabrese conferma di essere un acuto osservatore della realtà contemporanea e trova lo spunto di partenza nel bel libro di Ermanno Rea "La dismissione", che lui stesso ha sceneggiato con intelligenza assieme a Umberto Contarello.
Ancora una volta il sessantunenne cineasta di San Pietro Magisano segue il suo protagonista in un viaggio. Stavolta la meta è la Cina contemporanea, immersa nelle contraddizioni tra un galoppante e sorprendente sviluppo economico e la permanenza di un contesto sociale quasi stupefatto dall'impetuosa irruzione del capitalismo.
Ma ancora una volta Amelio non descrive un viaggio di formazione, né tantomeno usa toni epici. I protagonisti di Amelio viaggiano anzitutto all'interno di se stessi e perché sentono l'imperativo categorico di portare a termine una missione, di raggiungere una meta. Poco importa se l'obiettivo sarà raggiunto: interessa piuttosto che si porti fino in fondo il tentativo, con pulizia morale e onestà di intenti. Accadeva così, ad esempio, al giovane carabiniere del "Ladro di bambini", all'italiano in mezzo ai migranti albanesi di "Lamerica", ai fratelli emigrati di "Così ridevano", al padre del bimbo problematico delle "Chiavi di casa".
Stavolta il protagonista è Vincenzo Buonavolontà, un tecnico specializzato in manutenzione di altiforni in un'acciaieria italiana. L'imponente impianto viene acquistato ai cinesi, che lo smontano e lo trasferiscono in patria rapidamente, prima ancora che il manutentore possa dimostrare che l'altoforno ha un difetto. Lui stesso costruisce il piccolo pezzo mancante e decide, spontaneamente, di portarlo in Cina per farlo montare. Ma la missione è quasi impossibile: al di là delle differenze di lingua e di mentalità si avverte soprattutto l'immensità del Paese orientale. Nessuno sa dirgli in quale città sia stato trasferito l'altoforno, ma Buonavolontà, con caparbietà donchisciottesca, continua la sua ricerca aiutato soltanto da una giovane cinese, interprete di italiano.
Amelio osserva con sobrio rigore l'odissea del suo protagonista, nel cui cognome si può percepire il presagio etico della contrapposizione tra il pessimismo della ragione e l'ottimismo della volontà. E Sergio Castellitto ne è interprete con umanissima adesione. Più teneramente fragile è il personaggio della ragazza cinese (la delicata Tai Liang), emblema di un'identità nazionale e generazionale in piena evoluzione, tra speranze e disillusioni.
Ma protagonista è soprattutto la Cina stessa (fotografata da un ispirato Luca Bigazzi e accompagnata da una cullante melodia di Franco Piersanti), nella quale convivono sterminate megalopoli con altrettanto vaste lande periferiche in cui non è mai stato visto un occidentale.
La giuria della recente Mostra di Venezia ha ignorato "La stella che non c'è", ma poco importa: Amelio non ha bisogno di ulteriori riconoscimenti e il vero premio è aver consegnato al pubblico un'altra sua opera importante. Quando si ha dentro di sé la legge morale, direbbe Kant, il cielo è sempre stellato, anche se manca una stella.
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| Slevin |
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Nel più puro stile dei thriller contemporanei, da "I soliti sospetti" in poi, nulla o quasi è quel che sembra e il finale riserva una cospicua dose di colpi di scena. Ma i patiti del thriller possono trovare la chiave della trama guardando con attenzione l'eccellente prologo, affidato a un racconto dell'insinuante Goodkat che teorizza la "mossa Kansas City", cioè quell'impianto che distrae l'attenzione dal reale contenuto.
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| Notte prima degli esami |
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Il regista Brizzi proviene da una quinquennale gavetta come sceneggiatore dei film comici natalizi di Neri Parenti, sul Nilo, in India, a Miami, con la coppia Boldi-De Sica. Non è un gran curriculum artistico, si può ben dire, ma certamente è servito a Brizzi per saper discernere tra la crassa battutaccia a effetto e certe regole della commedia che siano almeno garbate e funzionali.
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