La prima piccola sorpresa di questo inizio di stagione cinematografica è un "noir" agile e intrecciato che dà ampie soddisfazioni agli appassionati del genere. Slevin è il nome del protagonista, un giovanotto che approda casualmente a New York e per una sfortunata combinazione viene scambiato per un'altra persona. Si ritrova così al centro di una pericolosa guerra tra due gangster, il Rabbino e il Boss, divisi da un'atavica rivalità. Slevin vanamente tenta di convincere i due criminali che non è lui l'uomo che cercano e deve barcamenarsi tra situazioni sempre più rischiose, aiutato da un'eccentrica ragazza e sorvegliato dall'enigmatico killer Goodkat, mentre un detective gli sta alle calcagna.
Nel più puro stile dei thriller contemporanei, da "I soliti sospetti" in poi, nulla o quasi è quel che sembra e il finale riserva una cospicua dose di colpi di scena. Ma i patiti del thriller possono trovare la chiave della trama guardando con attenzione l'eccellente prologo, affidato a un racconto dell'insinuante Goodkat che teorizza la "mossa Kansas City", cioè quell'impianto che distrae l'attenzione dal reale contenuto.
La sceneggiatura di "Slevin" è del giovane Jason Smilovic, debuttante in cinema dopo alcune esperienze televisive. La scrittura è svelta e spiritosa, densa di citazioni (da Hitchcock a James Bond) e anzi a volte sovrabbondante. Inevitabile qualche strizzatina d'occhio a uno stile "alla Tarantino", ma la regia di Paul McGuigan provvede a cercare una via originale. Scozzese di 43 anni, McGuigan è al quinto film e si era già cimentato con successo nel genere "nero" con "Gangster n. 1" del 2000, dove pure aveva elaborato con intelligenza una fosca storia di vendetta.
Dal 2004 con "Appuntamento a Wicker Park" McGuigan si è trasferito in America ma ha portato con sé i suoi fidati collaboratori Peter Sova alla fotografia e Andrew Hulme al montaggio.
L'interesse del film sarebbe insomma assicurato dalla storia articolata e dalla qualità delle riprese, e infatti è stato premiato all'ultimo Film Festival di Milano. Ma l'autentico salto di qualità dipende dall'impegno di un cast davvero "stellare", in grado di rendere credibile anche qualche dialogo traballante. I due "padrini" che si fronteggiano dall'alto di due grattacieli sono addirittura i premi Oscar Morgan Freeman (il Boss) e Ben Kingsley (il Rabbino), ai quali viene riservato nel sottofinale un duetto che solo il loro stile rende impareggiabile.
Lucy Liu (la ragazza) e Stanley Tucci (il detective) sono come sempre puntuali, mentre ormai tocca encomiabili vertici di sorniona eccellenza Bruce Willis, che appare proprio divertito a interpretare lo straniato e implacabile Goodkat. Una lieta novella, infine, giunge da Josh Hartnett, che finalmente sembra aver trovato una propria personalità, dopo una serie di film anche importanti (come "Pearl Harbor") in cui spesso però restava nell'anonimato. Hartnett interpreta il protagonista Slevin per tutto il film con il naso rotto da un cazzotto e per tutta la prima parte sballottato da un boss all'altro con addosso soltanto un asciugamano. Affronta in maniera spigliata i duelli verbali con i suoi colleghi ben più esperti e piazza con decisione il colpo di scena finale del suo personaggio.
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