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15/03/2006
di Franco Cicero
La Terra
Sanguigno e drammatico, il nuovo film di Sergio Rubini propone anzitutto un coinvolgente spaccato antropologico dell'attuale realtà meridionale, pur estremizzata dalle esigenze della finzione. Si avverte imperioso il peso del passato attraverso l'ineludibilità delle proprie radici, che sembrano ribellarsi a qualunque mediazione culturale e intellettuale dando alla parola “terra” il valore atavico del luogo di nascita. Ancor più turbolento è il senso di un presente che gronda di grettezza morale, di ingiustificati arricchimenti oppure, al contrario, di rassegnata passività. Ed è qui che “terra” acquista il tradizionale significato di derivazione verghiana che prelude a conflitti familiari ed esasperazione di toni e comportamenti. Manca, ed è quasi inevitabile, il senso compiuto del futuro, anche se in filigrana ciascuno può scorgere l'auspicio che un tale carico di vitalità, seppure scomposta, possa dirigersi verso giorni migliori.
La metafora del denso soggetto iniziale, ideato dallo stesso Rubini con Filippo Ascione, è calata nella realtà dalla sceneggiatura, scritta sempre da Rubini con Carla Cavalluzzi e Angelo Pasquini, che descrive con acutezza di particolari i caratteri dei quattro fratelli pugliesi Di Santo, divisi da stili di vita del tutto diversi e dalla tensione di dover decidere se vendere o meno una masseria lasciata in eredità dal padre a uno di loro, Aldo, affinché la coltivi. Il personaggio guida è il fratello maggiore, Luigi, l'unico che ha abbandonato la terra natia per frequentare l'università a Milano e diventare stimato docente di filosofia. Luigi non torna volentieri nel suo paese e il prologo del film fa intuire il perché, mostrando – con inquadrature di dettagli e un montaggio nervoso – l'adolescente Luigi che assiste a una violenta lite tra i genitori, turbato dagli eccessi del padre manesco e “padrone”.
Dopo tanti anni, Luigi è stato richiamato in paese dal fratello Michele, adesso proprietario di un mobilificio apparentemente avviato, tipico esponente di chi ha fede incondizionata nel denaro ed è pronto anche a candidarsi in una di quelle liste civiche che promettono ordine e difesa dei valori tradizionali, con tanto di manifesto in cui appare incravattato e in doppio petto. Michele vorrebbe che Luigi mediasse con Aldo, il fratellastro ribelle e carico di risentimenti, per convincerlo ad autorizzare la vendita della masseria per una più conveniente speculazione immobiliare.
Resta il fratello minore, Mario, delicato e sensibile, totalmente votato al lavoro del volontariato in parrocchia, estraneo alle beghe familiari ma purtroppo anche alla realtà di chi gli sta vicino. Proprio Mario si dimentica di andare a prendere il fratello maggiore all'arrivo nella squallida stazioncina e così il primo compaesano che Luigi incontra è Tonino, un losco personaggio che si è equivocamente arricchito arrivando a dominare il paese con i suoi modi lerci e violenti. Bastano poche ore a Luigi per comprendere in quale ginepraio si sia cacciato. Tonino è un usuraio e ha prestato denaro a strozzo a Michele, che è sull'orlo del fallimento. I rapporti tra i fratelli, poi, sono del tutto deteriorati. Mentre Luigi continua a rassicurare la sua compagna che farà presto ritorno a Milano, la situazione precipita e ci sarà anche un omicidio, proprio durante la processione del Venerdì Santo. La soluzione ai tragici eventi non viene offerta né dalla giustizia, né dalla filosofia, né dalla religione, ma dal richiamo – pur distorcente – della “terra” natia.
Nel tratteggiare le figure dei Di Santo, Rubini non nasconde un sentito omaggio ai “Fratelli Karamazov” di Dostoevskij, mentre sul piano cinematografico viene in mente la lezione di Luchino Visconti in “Rocco e i suoi fratelli” ma con i dovuti mutamenti socioculturali a più di 45 anni di distanza, più o meno quando nasceva Sergio Rubini. Giunto all'ottava regia - l'esordio con “La stazione” è del 1990 - Rubini realizza il suo film più compiuto ed espressivo. Il Sud come luogo dell'anima è una costante delle sue opere ma qui Rubini abbandona la chiave allusiva e surreale per giostrare sul filo della memoria, immergendosi in un realismo drammatico che sfocia nel thriller della ricerca dell'assassino. Belle le sequenze, che riecheggiano i western classici, degli esterni nelle stradine deserte del paese e della ieratica preparazione alla processione fatale, in cui il regista si avvale della competenza della fotografia di Fabio Cianchetti e del montaggio di Giogiò Franchini, col vibrante accompagnamento musicale di Pino Donaggio.
Grande punto vincente è la qualità dell'interpretazione. In un film tutto al maschile le attrici sanno comunque ritagliarsi un giusto spazio: Claudia Gerini (la sbigottita compagna di Luigi), Giovanna Di Rauso (l'affettuosa amica di Mario), Alisa Bystrova (la dolente extracomunitaria), Marisa Eugeni (la determinata moglie di Tonino). Ma davvero encomiabili sono gli attori, col gagliardo Massimo Venturiello nei panni dell'irruente Aldo, l'azzeccato Paolo Briguglia che ben rende i palpiti del timido Mario, l'eccellente Emilio Solfrizzi che esprime con giuste sfumature le contraddizioni di Michele. Mentre lo stesso Rubini si riserva la parte dello spregevole (anche fisicamente) Tonino, lasciando all'ottimo Fabrizio Bentivoglio il ruolo di suo “alter ego”, come già ben sperimentato nell'”Amore ritorna”, nei panni di Luigi stupefatto dalla potenza arcaica della propria “terra”.

 


Notte prima degli esami

Il regista Brizzi proviene da una quinquennale gavetta come sceneggiatore dei film comici natalizi di Neri Parenti, sul Nilo, in India, a Miami, con la coppia Boldi-De Sica. Non è un gran curriculum artistico, si può ben dire, ma certamente è servito a Brizzi per saper discernere tra la crassa battutaccia a effetto e certe regole della commedia che siano almeno garbate e funzionali.

Orgoglio e pregiudizio

Le vicende sentimentali e matrimoniali vivacemente descritte nel proverbiale romanzo di Jane Austen rappresentano una fonte di continuo godimento per gli estimatori degli intrecci brillanti.
“Orgoglio e pregiudizio” fu pubblicato nel 1813 e da allora la sua fama non è mai cessata divenendo una lettura di culto per molte generazioni. Anche il cinema, ovviamente, ha attinto alle pagine della Austen e giusto un anno fa si ricorda una gradevole e originale versione della regista indiana Gurinder Chadha in puro “stile Bollywood” col titolo “Matrimoni e pregiudizi”.
Ora arriva belle sale un film di una delle sue consacrate, Keira Knightley arrivata al successo proprio con un film della Chandha, "Sognando Beckham".

Derailed

Il sottotitolo italiano, “Attrazione letale”, può trarre in inganno perché gioca a richiamare “Attrazione fatale”.
Più corretto il titolo originale, “Derailed”, che indica il “deragliamento”, o in altri termini la “sbandata”, che mette a serio rischio la vita di un uomo e della sua famiglia.
Il protagonista, Charles Schine, è un professionista molto stimato nella sua azienda che si occupa di pubblicità.
E' felicemente sposato e guadagna bene, ma la sua unica figlioletta è gravemente malata di diabete.
Con affetto e determinazione, però, Charles e sua moglie non si tirano indietro di fronte alle ingenti spese necessarie per curare la bambina. Ma un giorno...

Transamerica

Tocca quindi al garbato esordiente nel lungometraggio Duncan Tucker portare i transessuali nel salotto buono del cinema americano, dopo aver già riscosso prestigiosi premi l'anno scorso in Europa, a Berlino e Deauville. Tucker è anche autore della sceneggiatura che, pur mantenendo il clima della commedia agrodolce, non teme di sfidare il “politically correct” e si concede un pizzico di trasgressione mai però volgare né gratuitamente scandalosa. Col risultato che potrebbe apparire più scabrosa la narrazione della trama anziché la visione della pellicola. Accade, infatti, che il “transgender” protagonista, proprio una settimana prima della cruciale operazione, fa una scoperta incredibile: ha un figlio adolescente.

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