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16/02/2006
di Franco Cicero
Munich
Proprio quando Steven Spielberg sembrava aver messo la sua strabiliante bravura al servizio dei kolossal fantascientifici (“La guerra dei mondi”) o delle commedie con venature sociali (“The Terminal” e “Prova a prendermi”), giunto alla soglia dei 60 anni realizza con “Munich” una delle sue opere più etiche e intimamente sofferte. Di certo è un film più complesso di quelli, memorabili, che gli hanno fatto conquistare l'Oscar: “Salvate il soldato Ryan” e “Schindler's List”. Perché in “Munich” Spielberg non mette in discussione soltanto il suo stile registico ma scava in profondità nel suo animo civile e nella sua religiosità ebraica, ponendosi il problema - di altissimo valore morale – di come sarà possibile raggiungere un'autentica pace non solo nel tormentato Medio Oriente ma nel mondo intero, squassato dal terrorismo.
Da autentico democratico, Spielberg trova una prima risposta nel rigoroso rifiuto di ogni forma di violenza. Sia, naturalmente, quella offensiva ma anche quella “difensiva” che dà luogo a ritorsioni vendicative. E' una presa di posizione importante, che ha suscitato – com'è noto – vivaci reazioni negative in Israele e nelle comunità ebraiche, ma non al punto di offuscare del tutto il rilevante valore cinematografico di “Munich” che è comunque riuscito a ottenere cinque nomination ai prossimi Oscar.
La materia narrata è calda, scottante, anche se riguarda avvenimenti autentici accaduti più di trent'anni fa, nel 1972, durante le Olimpiadi di Monaco, quando un commando palestinese di “Settembre nero” si introdusse nel villaggio olimpico e prese in ostaggio 11 atleti israeliani. Fu probabilmente il primo evento mediatico del terrorismo moderno, dagli esiti funesti perché la lunga trattativa con i sequestratori andò malissimo, sfociando nell'uccisione di tutti gli ostaggi e di gran parte dei palestinesi. Questa è la storia ufficiale. Da qui parte il film di Spielberg che si basa non su documenti storicamente (finora) accertati ma sulla ricostruzione, molto minuziosa e assai credibile, compiuta dal giornalista canadese George Jonas nel libro “Vendetta”, sceneggiata magnificamente da Eric Roth (Oscar per “Forrest Gump”) con la revisione finale del premio Pulitzer Tony Kushner, entrambi giustamente candidati all'Oscar.
Si racconta la genesi della cosiddetta operazione “Ira di Dio”, avallata personalmente dall'allora premier israeliano Golda Meir e dal potente servizio segreto di quel Paese, il Mossad. A un agente fedele e leale, Avner, viene dato il compito di creare una squadra di specialisti, ufficialmente sganciati dallo Stato di Israele e dal Mossad, per eliminare i mandanti dei terroristi. Ad Avner e ai suoi uomini viene consegnata una lista di personaggi arabi da scovare e uccidere nelle varie capitali occidentali in cui si erano rifugiati. Con zelo patriottico, Avner si tuffa nell'impresa. Però, man mano che raggiunge i suoi “bersagli” comincia a sentirsi un semplice assassino anziché un glorioso giustiziere. E arriva perfino a dubitare che le sue vittime siano davvero i mandanti dei terroristi e non piuttosto agenti segreti arabi oppure spie, da eliminare nel quadro di un “gioco” di cui a lui ormai sfugge la logica.
Spielberg sembra essere diventato più pessimista sulla capacità degli uomini di confrontarsi con chi la pensa diversamente. La sua regia ha la precisione chirurgica dei grandi film politico-spionistici del passato, come “Z” di Costa-Gavras o “I tre giorni del Condor” di Pollack. Il suo stile è asciutto, rifugge da enfatizzazioni mirabolanti e anzi talvolta è quasi documentaristico, pur descrivendo le “spettacolari” azioni della squadra israeliana. La grande impronta d'autore di Spielberg emerge in almeno tre importanti momenti: la ricostruzione della strage di Monaco, frammentata nel corso del film attraverso flash che balenano nella mente di Avner; la stupefatta descrizione di quella sorta di multinazionale dello spionaggio che ha sede nella campagna francese, governata da “Papà”, un “grande vecchio” che cinicamente sfrutta i perversi intrecci segreti dei governi mondiali; e l'accorato dialogo tra Avner e un palestinese che non sa che ha di fronte un israeliano. Forse soltanto nel finale Spielberg non trova la soluzione determinante e non gli resta che affidarsi a una enigmatica inquadratura delle Twin Towers: ma non si può chiedere a un regista di risolvere i problemi del mondo.
La qualità visiva di “Munich” è merito anche dei consolidati collaboratori di Spielberg, già più volte vincitori di Oscar con i suoi film: l'ottimo fotografo Janusz Kaminski, il preciso montatore Michael Kahn e il glorioso musicista John Williams (gli ultimi due nominati anche quest'anno). La ricostruzione d'epoca è notevole (ma le scene ambientate a Roma sono state girate a Malta) e la scelta del cast è perfetta in un film con moltissimi attori, tutti ben scelti, tra cui vanno ricordati almeno Lynn Cohen (somigliante a Golda Meir), Geoffrey Rush (l'ambiguo esponente del Mossad), gli inquietanti francesi Mathieu Amalric e il “Papà” Michael Lonsdale, nonché la variegata squadra israeliana con Daniel Craig (prossimo 007), Ciaran Hinds, Mathieu Kassovitz e Hanns Zischler, capeggiati da Eric Bana che dà al protagonista Avner convincenti sfumature di dolorosa incertezza.

 


Transamerica

Tocca quindi al garbato esordiente nel lungometraggio Duncan Tucker portare i transessuali nel salotto buono del cinema americano, dopo aver già riscosso prestigiosi premi l'anno scorso in Europa, a Berlino e Deauville. Tucker è anche autore della sceneggiatura che, pur mantenendo il clima della commedia agrodolce, non teme di sfidare il “politically correct” e si concede un pizzico di trasgressione mai però volgare né gratuitamente scandalosa. Col risultato che potrebbe apparire più scabrosa la narrazione della trama anziché la visione della pellicola. Accade, infatti, che il “transgender” protagonista, proprio una settimana prima della cruciale operazione, fa una scoperta incredibile: ha un figlio adolescente.

North Country

Si chiama Niki Caro ed è la regista neozelandese che potrebbe far vincere a Charlize Theron un secondo Oscar, dopo quello del 2004 con "Monster". Nota più che altro da noi per "La ragazza delle balene" la Caro nel suo ultimo film intitolato "North Country" tocca temi delicati. Protagonista di "North Country" è una madre single che con alcune colleghe si schiera contro i responsabili dell'industria mineraria per cui lavora. E non paga di tutto ciò la donna sarà anche protagonista di una di quelle "class action" da manuale di giurisprudenza.

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