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16/02/2006
di Franco Cicero
Transamerica
Gli Oscar sono riconoscimenti quasi sempre, se non esclusivamente, rivolti a premiare soprattutto l'industria cinematografica più che i film d'autore. Ma Hollywood, come ogni seria azienda, sa anche correre ai ripari quando le pellicole commerciali non sono all'altezza dei minimi standard di qualità. Così quest'anno l'Academy degli Oscar non ci ha pensato due volte a lasciare fuori dalla porta quasi tutti i prodotti delle grandi “majors” ed ha invece tributato la maggior parte delle nomination a film impegnati, che affrontano temi importanti e che sono fuori dalle logiche di mercato. Ecco quindi che avrà il suo meritatissimo spazio nella “notte delle stelle” con due candidature significative (miglior attrice e miglior canzone) anche “Transamerica”, un'opera prima che è davvero indipendente ed è costato un'inezia, perfino anche rispetto ai budget italiani, soltanto un milione di dollari.
Com'è stato ampiamente notato, la prossima cerimonia degli Oscar sarà all'insegna delle tematiche gay, tra l'amore dei cowboy di “Brokeback Mountain” e il biografico “Capote” sullo scrittore dichiaramente omosessuale. E in questo contesto si aggiunge “Transamerica” che in più rompe un tabù nella puritanissima (e ipocrita) ufficialità americana, portando sul grande schermo la storia di un transessuale, anzi – come si suol specificare ultimamente – di un “transgender”, cioè di un uomo che si sente donna e ha deciso di affrontare l'operazione per il cambiamento di sesso ma ancora è in attesa di ottenere tutte le necessarie autorizzazioni per l'intervento. Nulla di così trasgressivo per il cinema europeo, abituato a esempi rilevanti con autori del calibro di Fassbinder (“Un anno con 13 lune”) o Almodovar (“Tutto su mia madre”). Invece è un piccolo trauma per l'America che nei circuiti ufficiali ha dato finora spazio, al massimo, ai variopinti travestiti di “A Wong Foo, grazie di tutto! Julie Newmar”, sull'onda dell'australiano “Priscilla, la regina del deserto”.
Tocca quindi al garbato esordiente nel lungometraggio Duncan Tucker portare i transessuali nel salotto buono del cinema americano, dopo aver già riscosso prestigiosi premi l'anno scorso in Europa, a Berlino e Deauville. Tucker è anche autore della sceneggiatura che, pur mantenendo il clima della commedia agrodolce, non teme di sfidare il “politically correct” e si concede un pizzico di trasgressione mai però volgare né gratuitamente scandalosa. Col risultato che potrebbe apparire più scabrosa la narrazione della trama anziché la visione della pellicola. Accade, infatti, che il “transgender” protagonista, che un tempo si chiamava Stanley ma ormai si riconosce soltanto nelle vesti femminili col nome Bree, proprio una settimana prima della cruciale operazione fa una scoperta incredibile: ha un figlio adolescente.
Al cinema è proprio l'anno delle paternità apprese all'improvviso e quando i figli, inconsapevolmente concepiti, sono ormai già cresciuti: un argomento da poco trattato da Wim Wenders in “Non bussare alla mia porta” e da Jim Jarmusch in “Broken Flowers”. Coincidenze davvero singolari che potrebbero essere puntualmente spiegate dai sociologi più che dai critici cinematografici.
Fatto sta, per tornare a “Transamerica”, che Bree (quando ancora era Stanley a tutti gli effetti) non aveva mai nemmeno immaginato di aver messo incinta la sua fidanzatina dei tempi del college. Era quindi nato Toby che adesso ha 17 anni e ha problemi con la giustizia: è stato arrestato a New York per un piccolo furto, non va a scuola, non disdegna la droga e quando è a corto di soldi si prostituisce. Bree preferirebbe continuare a ignorare l'esistenza di Toby e concentrarsi sul suo imminente intervento chirurgico. Ma la psichiatra che l'assiste è inflessibile: Bree deve assumersi le sue responsabilità e andare a recuperare il ragazzo, anche perché nel frattempo la madre è morta e Toby non vuol tornare per nessun motivo dal patrigno.
Così Bree da Los Angeles deve andare a New York, sperando che sia sufficiente pagare la cauzione per far rilasciare Toby e dargli un po' di soldi. Naturalmente, indossando abiti femminili, Bree non ha il coraggio di presentarsi come il padre del ragazzo e preferisce farsi scambiare per l'esponente di una chiesa cristiana che aiuta i giovani in difficoltà. Bree, che comunque è una persona responsabile, capisce subito che non può lasciare Toby da solo a New York. Compra così un'auto usata e comincia il classico viaggio “on the road” da una costa all'altra degli Usa alla volta di Los Angeles.
Bree e Toby, la strana coppia, fanno i più disparati incontri nelle strade dell'America periferica. E tra litigi e incomprensioni, ma anche con più di un momento di serenità, il “transgender” e il giovane ribelle cominciano a conoscersi meglio. Finché alcune sfortunate circostanze non costringono Bree a far tappa dai propri genitori, che non vedeva da anni perché non accettavano l'idea del cambio di sesso. Di colpo sarà Toby a scoprire di avere dei nonni e che Bree è in realtà suo padre. Troppe sorprese in una volta non sono facili da digerire, ma il sobrio finale di “Transamerica” fa intravedere un sereno ottimismo.
Pur nella ristrettezza dei mezzi, il film è ben condotto da Duncan Tucker, con l'adeguata fotografia di Stephen Kazmierski, e sembra più ricco di quanto è costato, potendo sfoggiare - all'interno della colonna sonora di David Mansfield - la canzone “Travelin' Thru” della mitica Dolly Parton, candidata all'Oscar. E inoltre il film annovera nel cast popolari glorie del cinema come Fionnula Flanagan (il telefilm “Alla conquista del West”) e Burt Young (“Rocky”) nel ruolo dei genitori di Bree, e Graham Greene (“Balla coi lupi”) nella parte di un buonuomo incontrato in viaggio. Fa la sua eccellente figura il ventunenne Kevin Zegers interpretando con la giusta dose di spudoratezza l'aspro personaggio di Toby.
Ma l'asso vincente del film è Felicity Huffman, con lo stupore di tutti coloro che la conoscevano soltanto come la televisiva Lynette delle “Casalinghe disperate”, che sfodera un ammirevole e spontaneo virtuosismo nel recitare nei panni di un uomo che vuol diventare donna. Insomma, un passaggio in più rispetto alla Hilary Swank di “Boys don't cry”. Grazie al ruolo di Bree, la quarantatreenne Felicity Huffman ha già vinto il Golden Globe e tanti altri premi come miglior attrice dell'anno, sempre applaudita dal marito William H. Macy, egregio attore che è produttore esecutivo di “Transamerica”. E tra qualche settimana anche i signori degli Oscar non potranno che applaudirla.

 


Munich

Spielberg non mette in discussione solo lo stile registico ma scava in profondità in se sul come sarà possibile raggiungere la pace non solo nel tormentato Medio Oriente ma nel mondo intero, squassato dal terrorismo. E' una presa di posizione importante, che ha suscitato vivaci reazioni negative in Israele e nelle comunità ebraiche, ma non al punto di offuscare del tutto il rilevante valore cinematografico di “Munich” che è comunque riuscito a ottenere cinque nomination ai prossimi Oscar.

North Country

Si chiama Niki Caro ed è la regista neozelandese che potrebbe far vincere a Charlize Theron un secondo Oscar, dopo quello del 2004 con "Monster". Nota più che altro da noi per "La ragazza delle balene" la Caro nel suo ultimo film intitolato "North Country" tocca temi delicati. Protagonista di "North Country" è una madre single che con alcune colleghe si schiera contro i responsabili dell'industria mineraria per cui lavora. E non paga di tutto ciò la donna sarà anche protagonista di una di quelle "class action" da manuale di giurisprudenza.

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