The New world
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Più che una semplice visione, ogni film di Terrence Malick propone un'esperienza percettiva. Autore raro e inafferrabile, equivalente per il cinema al “misterioso” Salinger per la letteratura, il sessantaduenne regista texano ha diretto dal 1973 a oggi soltanto quattro film. Ognuno dei quali ha avuto una gestazione lunghissima e ha proposto tali innovazioni tecniche e stilistiche che Malick occupa, praticamente dall'esordio con “La rabbia giovane”, un posto stabile, e rilevante, nella storia del cinema.
Filosofo, in particolare studioso dell'esistenzialismo di Martin Heidegger, esperto di zen e di ornitologia, recalcitrante a concedere interviste e a dare notizie su di sé, quanto e forse più di Stanley Kubrick di cui in un certo senso può essere considerato l'erede cinematografico, Malick dopo il suo secondo film, “I giorni del cielo” premiato per la miglior regia a Cannes nel '78, era praticamente scomparso per riapparire vent'anni dopo con “La sottile linea rossa”, vincitore dell'Orso d'oro a Berlino e candidato a sette Oscar di cui – clamorosamente – nessuno conquistato, a dimostrazione di un'incompatibilità di fondo col sistema hollywoodiano. E in senso più lato, forse, anche con un certo stile di vita contemporaneo, consumistico e antiecologico, che viene da lui stigmatizzato in maniera piuttosto evidente in “The New World”.
Il “Nuovo mondo” del titolo è, naturalmente, l'America, vista non già al momento della sua scoperta, ma più di un secolo dopo, quando si infittivano i viaggi dei colonizzatori europei. Siamo nel 1607 quando tre navi inglesi approdarono in Virginia per fondare Jamestown, in onore di re Giacomo I. L'immediata ambizione di importare in mezzo alla natura, rigogliosa e ancora incontaminata come un Eden, la cosiddetta “civiltà” europea causò, inevitabilmente, non un proficuo incontro ma un pernicioso scontro con gli indigeni pellerossa che lì avevano da sempre vissuto. E' una pagina di storia ormai ampiamente rivalutata negli Stati Uniti e rivista sotto un'altra luce. Perché tra i coloni c'era John Smith che si sarebbe innamorato della fulgida adolescente Pocahontas, proprio la principessa immortalata dieci anni fa nel cartoon della Disney. Con una narrazione fortemente ellittica – sono stati impegnati ben quattro montatori tra cui Richard Chew (Oscar per “Star Wars”) -, ma storicamente veritiera, Malick racconta l'amore tra Smith e la principessa, mai chiamata per nome. Un amore puro e appassionato ma tormentato perché entrambi sono aspramente contestati dai rispettivi schieramenti, addirittura rischiando la vita. Nonostante la saggezza del comandante inglese Newport e del capo indiano Powhatan, padre di Pocahontas, la convivenza tra le due etnie è ogni giorno più insostenibile, fino al sanguinoso scontro.
Per amore, Pocahontas è disposta ad aiutare i “bianchi” ma viene tradita dai suoi e venduta come prigioniera agli inglesi. Smith, invece, non rinuncia alla sua ardimentosa curiosità da esploratore e si imbarca verso nuove frontiere. Rimasta tra gli inglesi, con il cuore spezzato dal dolore, la principessa subisce la “civilizzazione”, viene battezzata come Rebecca e accetta di sposare il mite John Rolfe. La fama di Pocahontas varca l'Atlantico e i regnanti inglesi vogliono conoscerla. Ecco, allora, la scoperta del “nuovo mondo” al contrario: è la principessa indiana a entrare a contatto con la “strana” società europea e nel suo viaggio è accompagnata dal pellerossa Opechancanough che vuole “vedere” il Dio degli occidentali nel nome del quale, arbitrariamente, tanti misfatti sono stat compiuti.
Se questa è la storia narrata, la vera protagonista del film è la natura, con i suoi suoni, i suoi spazi, la sua potenza. Malick ha chiesto all'eccellente direttore della fotografia Emmanuel Lubezki di non usare luci artificiali per riuscire a catturare le immagini nel modo più autentico possibile, e il risultato è ammaliante. La colonna sonora “ambientale” di James Horner (Oscar per “Titanic”) si insinua a meraviglia tra le sonorità autentiche dei versi degli animali, del soffio del vento, dello scroscio dell'acqua, alternandosi alle note delle melodie di grandi compositori classici. Ed emerge chiaro il disegno registico di Malick che prende spunto dal pensiero illuminista di Jean-Jacques Rousseau per riflettere sul rapporto tra l'uomo, la civiltà e la natura, completando il percorso tracciato dalla “Sottile linea rossa” a cui “The new world” è intimamente legato, così come il discorso sulla violenza ribelle della “Rabbia giovane” era completato dai “Giorni del cielo”.
Il cast è numeroso e ricco anche di nomi noti che spesso appaiono solo brevemente e stravolta in viso, soprattutto gli interpreti degli inglesi che sono più “selvaggi” dei nativi. Vanno almeno ricordati Christian Bale (John Rolfe), Christopher Plummer (Newport), August Schellenberg (Powhatan), Wes Studi (Opechancanough). Colin Farrell, reduce dalle critiche negative per “Alexander” e da vicissitudini personali, impersona un John Smith attonito, seguendo le indicazioni registiche. Emerge così la prorompente vitalità di Pocahontas, incarnata dalla sorprendente quindicenne Q'Orianka Kilcher, nata in Germania da padre indio peruviano e madre svizzera in un mirabile equilibrio multietnico.
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| Vizi di famiglia |
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Il racconto nasce da un pettegolezzo, di quelli corposi e succulenti.
Si immagina infatti che la tranquilla vita di Pasadena, ridente sobborgo di Los Angeles, avesse avuto una scossa a metà degli anni '60 perché girava con insistenza la voce che, proprio da alcuni fatti avvenuti lì, il romanziere Charles Webb aveva tratto ispirazione per scrivere il suo famoso “Il laureato” da cui è stato tratto, nel '67, il celebre film di Mike Nichols con Dustin Hoffman e Anne Bancroft nella parte di Mrs Robinson immortalata dalla sempreverde canzone di Simon & Garfunkel.
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| Reinas |
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Tutti i fidanzati hanno in comune il fatto di essere gay, ma come tutti i maschi, a prescindere dai gusti in fatto di amore, danno moltissimo peso a ciò che dicono le loro madri.
Ofelia (Bettiana Blum), la madre protettiva e invadente; Reyes (Marisa Paredes), intollerante ed egoista; Nuria (Verónica Forqué), donna instabile e un po' promiscua; Magda (Carmen Maura), come dice l'attrice stessa, “la meno materna di tutte le madri” e, per finire, Helena (Mercedes Sampietro), che impedisce che la gente s'intrometta nella sua vita privata.
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