Memorie di una geisha
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La figura della geisha accende, da secoli, la più fervida immaginazione, soprattutto in Occidente. Le geishe hanno avuto fino a qualche decennio un ruolo centrale nella cultura giapponese dell'intrattenimento. Sarebbe errato considerarle banalmente come prostitute d'alto bordo, perché in realtà la presenza delle geishe è strettamente legata al complesso e affascinante insieme di riti e di cerimonie che rendono più lieto il tempo libero dei nipponici, ma strappano anche ammirazione quando le geishe mostrano la loro bravura di danzatrici e musiciste.
Il XX secolo ha profondamente mutato la vita sociale in Giappone, in particolare dopo la cruenta sconfitta nella seconda guerra mondiale. Così, da tempo, le geishe sono ormai confinate in un ambito folkloristico, come precedentemente era accaduto ai samurai.
“Memorie di una geisha” nasce come romanzo di successo di Arthur Golden, che è stato trasformato in sceneggiatura da Robin Swicord e Doug Wright, che hanno avuto il loro da fare per ridurre le numerose pagine del libro. Il progetto del film era stato a lungo cullato da Steven Spielberg che però poi ha rinunciato alla regia, rimanendo tra i produttori. Il buon esito del recente kolossal ambientato in Giappone “L'ultimo samurai” avrà certamente dato un impulso alla realizzazione di “Memorie di una geisha”, la cui regia è stata affidata a Rob Marshall, reduce dagli ottimi risultati di “Chicago”.
La storia è ambientata proprio nel periodo in cui la figura della geisha entra in crisi, nell'arco di circa un ventennio che va dal 1929 alla fine del secondo conflitto mondiale. La protagonista, Chiyo, era ancora una bambina quando era stata venduta dai poverissimi genitori in una “okiya”, cioè in una casa di geishe, nell'“hanamachi” (il quartiere a luci rosse) di Kyoto. Erano tempi in cui le bambine non potevano ribellarsi, anzi – in un certo senso – dovevano perfino considerarsi privilegiate per essere state sottratte a un'esistenza di stenti e patimenti.
Il futuro di Chiyo avrebbe dovuto essere quello della serva della geisha più bella della casa, Hatsumomo. Ma i suoi splendidi occhi e i bellissimi lineamenti non passavano inosservati, così Chiyo si trovò sotto l'ala protettrice di un'altra famosa geisha, Mameha, che le pagò l'istruzione fino a trasformarla in una sopraffina geisha, addirittura pronta a rivaleggiare con Hatsumomo. E nella sfida di bellezza Chiyo – alla quale era stato dato il nome d'arte di Sayuri – poteva vantare la più giovane età e un dono assai prezioso, la verginità, “mizuage” in giapponese, da mettere all'asta tra gli uomini più ricchi della città.
All'epoca le donne non avevano alcuna voce in capitolo. Sayuri quindi doveva seguire chi le toccava in sorte, pur se anziano oppure sfregiato come il mite Nobu. Ma fin da quand'era ancora bambina, si era innamorata segretamente di un influente direttore generale che era stato assai gentile con lei. Ma le consuetudini sociali le impedivano di proclamare il suo amore: le virtù principali di una geisha erano la sottomissione e l'obbedienza. Il vecchio stile di vita giapponese stava però per cadere sotto i colpi della seconda guerra mondiale e l'arrivo degli americani portò un cambiamento epocale, con inevitabili condizionamenti anche sulla vicenda individuale di Sayuri.
Il quarantacinquenne Rob Marshall è arrivato al cinema solo da poco, appunto con “Chicago”, dopo però un'acclamata carriera da coreografo. Il regista torna ad affidare i sontuosi costumi a Colleen Atwood e le belle scenografie a John Myhre (entrambi Oscar per “Chicago”), nonché la fotografia a Dion Beebe. Al montaggio è chiamato il nostro pluripremiato Pietro Scalia, alle musiche un altro beniamino hollywoodiano, John Williams, che ha conquistato una nomination ai prossimi Golden Globe.
E' chiaro quindi che l'attenzione di Marshall è maggiormente rivolta all'aspetto estetizzante, con una encomiabile sequenza di una suggestiva danza di Sayuri. Resta il problema che sorge ogni volta in cui un autore occidentale si confronta col mondo orientale. E' evidente che non si può raggiungere la perfezione di registi che conoscono a meraviglia il proprio mondo, come Zhang Yimou (“Lanterne rosse”), Wong Kar-wai (“2046”) o, esattamente a proposito della condizione femminile giapponese, il magistrale Kenji Mizoguchi di “Vita di O-Haru, donna galante”. Tuttavia va riconosciuto a Marshall l'impegno di non lasciarsi trascinare in un eccesso di luoghi comuni orientaleggianti, tra cerimonie del tè, bevute di sakè e combattimenti di sumo.
Invece, un luogo comune duro a morire è che gli orientali sembrano tutti uguali. Così gli unici veri giapponesi del cast sono i protagonisti maschili: Koji Yakusho (nel ruolo di Nobu) e Ken Watanabe (il direttore generale) ormai famoso grazie all'”Ultimo samurai”. Lo straordinario trio femminile è invece “straniero”: la strategica Mameha è la malese Michelle Yeoh, mentre l'implacabile rivalità tra le geishe è affidata alle cinesi Zhang Ziyi (perfetta come Sayuri e candidata al Golden Globe) e Gong Li (encomiabile “cattiva” nella parte di Hatsumomo). Entrambe sono state lanciate da Zhang Yimou e a lui legate: il loro confronto assume quindi un intrigante sapore realistico.
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| Vizi di famiglia |
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Il racconto nasce da un pettegolezzo, di quelli corposi e succulenti.
Si immagina infatti che la tranquilla vita di Pasadena, ridente sobborgo di Los Angeles, avesse avuto una scossa a metà degli anni '60 perché girava con insistenza la voce che, proprio da alcuni fatti avvenuti lì, il romanziere Charles Webb aveva tratto ispirazione per scrivere il suo famoso “Il laureato” da cui è stato tratto, nel '67, il celebre film di Mike Nichols con Dustin Hoffman e Anne Bancroft nella parte di Mrs Robinson immortalata dalla sempreverde canzone di Simon & Garfunkel.
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| Parole d'amore |
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Il richiamo, un po' forzato, all'amore nel titolo italiano e la presenza di star come Gere e la Binoche farebbe pensare a un classico filmone sentimentale natalizio. Invece “Parole d'amore” è una pellicola dalle dichiarate velleità filosofiche e mistiche, che dà largo spazio alla semantica e ad altre problematiche piuttosto insolite tra gli argomenti del grande schermo. E forse sarebbe stato più giusto che il titolo italiano fosse semplicemente “Parole” dato che l'originale “Bee season” letteralmente vuol dire “stagione delle api” ma in realtà indica il periodo in cui i migliori studenti americani sono impegnati in gare di “spelling”.
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| Reinas |
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Tutti i fidanzati hanno in comune il fatto di essere gay, ma come tutti i maschi, a prescindere dai gusti in fatto di amore, danno moltissimo peso a ciò che dicono le loro madri.
Ofelia (Bettiana Blum), la madre protettiva e invadente; Reyes (Marisa Paredes), intollerante ed egoista; Nuria (Verónica Forqué), donna instabile e un po' promiscua; Magda (Carmen Maura), come dice l'attrice stessa, “la meno materna di tutte le madri” e, per finire, Helena (Mercedes Sampietro), che impedisce che la gente s'intrometta nella sua vita privata.
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| Le Cronache di Narnia |
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La Trilogia dell'Anello di Peter Jackson ha reso reale il genere fantasy come nessuno aveva realizzato prima. Tolkien grande amico dello scrittore C.S Lewis, condivideva con lui questo amore per storie che ormai fiabe.
Lewis in particolare aveva introdotto il concetto di Hnau , ovvero l'idea di attribuire al mondo animale personalità e razionalità, per giungere a scrivere “Le cronache di Narnia”, serie di sette libri, dei quali il primo a essere messo in scena è “Le cronache di Narnia – Il leone, la strega e l'armadio”.
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