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16/01/2006
di Franco Cicero
Vizi di famiglia
La ragazza di Pasadena non diventerà mai famosa quanto la musicale “Ragazza di Ipanema” ma ha ugualmente una bella storia da raccontare. Anzi, il racconto nasce da un pettegolezzo, di quelli corposi e succulenti. Si immagina infatti che la tranquilla vita di Pasadena, ridente sobborgo di Los Angeles, avesse avuto una scossa a metà degli anni '60 perché girava con insistenza la voce che, proprio da alcuni fatti avvenuti lì, il romanziere Charles Webb aveva tratto ispirazione per scrivere il suo famoso “Il laureato” da cui è stato tratto, nel '67, il celebre film di Mike Nichols con Dustin Hoffman e Anne Bancroft nella parte di Mrs Robinson immortalata dalla sempreverde canzone di Simon & Garfunkel.
Trent'anni dopo, nel 1997, entra in ballo la ragazza di Pasadena protagonista di “Vizi di famiglia”, Sarah, che sta tornando nella casa paterna per il matrimonio di sua sorella minore ed è accompagnata dal suo fedele e amorevole fidanzato. Ma la mente di Sarah è attraversata da tanti dubbi: è restia ad annunciare ai parenti che ha ricevuto l'anello di fidanzamento e non si sente a proprio agio col padre e con la sorella che sta per sposarsi. Rimpiange la madre che è morta prematuramente e si trova bene soltanto con la nonna, giovanile e determinata.
Quando, all'improvviso, a Sarah riaffiora in mente quel pettegolezzo che aveva sentito dire tanti anni prima a Pasadena e ha un'intuizione fulminante: proprio sua nonna è la donna che aveva ispirato il personaggio di Mrs Robinson! E quindi, se davvero la trama del “Laureato” era stata modellata su avvenimenti reali, era stata l'amante del giovane universitario che poi si era innamorato della figlia, cioè della mamma di Sarah.
A questo punto, convinta della sua scioccante “scoperta”, a Sarah non interessa più nulla dell'imminente matrimonio della sorella, né delle legittime rimostranze del proprio fidanzato. L'unico suo obiettivo è ritrovare quello studente di tre decenni prima che, addirittura, potrebbe essere perfino il suo padre naturale. E con caparbietà riesce davvero a incontrarlo, constatando che è ancora un signore affascinante e molto ricco. E l'intreccio riserva altri piccoli colpi di scena, nel segno della bonaria commedia sofisticata.
“Vizi di famiglia” non è, quindi, il seguito del “Laureato” ma un film che trae linfa dal mondo del cinema, in un meccanismo di citazioni a incastro in cui riecheggiano anche le musiche di “Scandalo al sole” o dei western di Sergio Leone. E' il cinema che gioca con se stesso, con uno spunto brillante e una partenza intelligente, frutto della sceneggiatura di Ted Griffin – non a caso nato a Pasadena – che si era fatto notare per gli script di “Ocean's eleven” e “Il genio della truffa”. Poi però, nel dipanarsi della vicenda, qualcosa si inceppa e la credibilità traballa cosicché lo svolgimento globale della narrazione non è all'altezza delle aspettative. Lo stesso Griffin era stato chiamato a dirigere il film dai numerosi produttori e coproduttori, tra i quali spiccano i nomi dei consolidati compagni di divertimento George Clooney e Steven Soderbergh. Ma è stato infine sostituito dal ben più navigato Rob Reiner.
L'esperienza del cinquantanovenne Reiner non è però bastata a dare il giusto smalto a “Vizi di famiglia”. Il regista è un eclettico autore che ha avuto il punto più alto della sua carriera una quindicina di anni fa, sia nella produzione brillante (“Harry ti presento Sally”), sia in quella drammatica (“Misery” e “Codice d'onore”). Ultimamente ha confezionato film professionali ma non memorabili, garantendo tuttavia una gradevolezza complessiva grazie a suoi abituali collaboratori come il musicista Marc Shaiman e il montatore Robert Leighton, con l'aggiunta della fotografia di Peter Deming.
Ai toni da commedia contribuisce tutto il cast degli attori, tra i quali si scorgono nomi altisonanti anche in ruoli minori, come la graffiante apparizione di Kathy Bates nei panni della vivace zia di Sarah. Per proseguire con la giovane Mena Suvari (lanciata da “American Beauty”) nella parte della sorella e con l'emergente Mark Ruffalo che interpreta il paziente fidanzato di Sarah. Il valido comprimario Richard Jenkins ha finalmente un ruolo più ampio per lui, dando accenti di umanità al padre di Sarah. Mentre un divo del calibro di Kevin Costner non fatica a conquistare simpatie pur dovendo interpretare il personaggio alquanto bizzarro del seduttore “generazionale”.
Quanto alla protagonista, Jennifer Aniston si tuffa con decisione nell'universo a volte lunatico della sua Sarah. La carica energetica non difetta, forse anche per compensare la delusione personale per il fallimento matrimoniale con Brad Pitt e quella professionale per la chiusura della popolare serie tv “Friends”. Ma il vero carisma appartiene alla “nonna” Shirley MacLaine, che sfoggia i suoi quasi 72 anni con gran classe e si sottopone con spiritosa complicità al paragone col mito di Mrs Robinson, rievocandolo con un paio di sguardi fiammeggianti.

 


Memorie di  una geisha

“Memorie di una geisha” nasce come romanzo di successo di Arthur Golden, che è stato trasformato in sceneggiatura da Robin Swicord e Doug Wright, che hanno avuto il loro da fare per ridurre le numerose pagine del libro. Il progetto del film era stato a lungo cullato da Steven Spielberg che però poi ha rinunciato alla regia, rimanendo tra i produttori. Il buon esito del recente kolossal ambientato in Giappone “L'ultimo samurai” avrà certamente dato un impulso alla realizzazione di “Memorie di una geisha”, la cui regia è stata affidata a Rob Marshall, reduce dagli ottimi risultati di “Chicago”. La storia è ambientata proprio nel periodo in cui la figura della geisha entra in crisi dal 1929 alla fine del secondo conflitto mondiale. La protagonista, Chiyo, era ancora una bambina quando era stata venduta dai poverissimi genitori in una “okiya”, cioè in una casa di geishe, nell'“hanamachi” (il quartiere a luci rosse) di Kyoto.

Parole d'amore

Il richiamo, un po' forzato, all'amore nel titolo italiano e la presenza di star come Gere e la Binoche farebbe pensare a un classico filmone sentimentale natalizio. Invece “Parole d'amore” è una pellicola dalle dichiarate velleità filosofiche e mistiche, che dà largo spazio alla semantica e ad altre problematiche piuttosto insolite tra gli argomenti del grande schermo. E forse sarebbe stato più giusto che il titolo italiano fosse semplicemente “Parole” dato che l'originale “Bee season” letteralmente vuol dire “stagione delle api” ma in realtà indica il periodo in cui i migliori studenti americani sono impegnati in gare di “spelling”.

Reinas

Tutti i fidanzati hanno in comune il fatto di essere gay, ma come tutti i maschi, a prescindere dai gusti in fatto di amore, danno moltissimo peso a ciò che dicono le loro madri.
Ofelia (Bettiana Blum), la madre protettiva e invadente; Reyes (Marisa Paredes), intollerante ed egoista; Nuria (Verónica Forqué), donna instabile e un po' promiscua; Magda (Carmen Maura), come dice l'attrice stessa, “la meno materna di tutte le madri” e, per finire, Helena (Mercedes Sampietro), che impedisce che la gente s'intrometta nella sua vita privata.

Le Cronache di Narnia
La Trilogia dell'Anello di Peter Jackson ha reso reale il genere fantasy come nessuno aveva realizzato prima. Tolkien grande amico dello scrittore C.S Lewis, condivideva con lui questo amore per  storie  che ormai fiabe.
Lewis in particolare aveva introdotto il concetto di Hnau , ovvero l'idea di attribuire al mondo animale personalità e razionalità, per giungere a scrivere “Le cronache di Narnia”, serie di sette libri, dei quali il primo a essere messo in scena  è “Le cronache di Narnia – Il leone, la strega e l'armadio”.
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