Parole d'amore
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Il richiamo, un po' forzato, all'amore nel titolo italiano e la presenza di star come Gere e la Binoche farebbe pensare a un classico filmone sentimentale tipicamente natalizio. Invece “Parole d'amore” è una pellicola dalle dichiarate velleità filosofiche e mistiche, che dà largo spazio alla semantica e ad altre problematiche piuttosto insolite tra gli argomenti del grande schermo.
Bisogna, insomma, concentrarsi esclusivamente sul termine “parole”. E forse sarebbe stato più giusto che il titolo italiano fosse semplicemente “Parole”, senza alcuna specificazione, dato che l'originale “Bee season” letteralmente vuol dire “stagione delle api” ma in realtà indica il periodo in cui i migliori studenti delle scuole americane sono impegnati in gare di “spelling”. Si tratta della famigerata compitazione a cui gli anglofoni sono costretti a causa delle frequentissime differenze tra la scrittura di una parola e la sua pronuncia. Un esercizio pressoché superfluo nella lingua italiana che in netta prevalenza vede coincidere la grafia e la fonetica delle parole.
Comunque, in America lo spelling è un esercizio estremamente serio e gli studenti sono coinvolti in stressanti sfide interscolastiche dal livello cittadino e provinciale fino a una finale nazionale che viene addirittura trasmessa in tv. Gli appassionati dei “Peanuts” di Schulz ricorderanno il cartoon “Un bambino di nome Charlie Brown” del '69 in cui lo sfortunato protagonista dei fumetti si cimentava, appunto, in un torneo di spelling.
In “Parole d'amore” c'è invece una bambina undicenne che ha un prodigioso talento nell'esatta compitazione verbale. Ma non si pensi a un film sulla genialità della piccola protagonista. Su di lei, infatti, incombe la figura paterna. Si tratta, senza dubbio, di un ottimo genitore: è un bravissimo docente universitario di religione, ebreo osservante, acuto studioso della Cabala e segnatamente del mistico del XIII secolo Abulafia (il protagonista del “Pendolo di Foucault” di Umberto Eco chiamava il computer proprio Abulafia). Attraverso un percorso spirituale tipico del pensiero cabalistico, il professore è convinto che grazie alle parole si possa giungere a Dio, in una sorta di estasi mistica. Un dono che naturalmente non è di tutti ma pare proprio appartenere a sua figlia, che quindi merita la più totale attenzione.
Ma il professore è anche, per quanto in buona fede, un accentratore che organizza la vita di tutti i familiari, senza tener conto dei loro reali desideri. Così facendo non si accorge che il figlio maggiore è infelice, taciturno e insoddisfatto e quando conosce una bella coetanea, adepta degli Hare Krishna, si lascia facilmente infatuare da questo movimento religioso, naturalmente tentando di tenerlo nascosto al padre. Certamente peggiore è la situazione della madre, donna fragilissima, che dietro l'apparente orgoglio per il bel marito e i bei figli nasconde una profondissima depressione. E la stessa bambina, pur ammaliata dal fascino delle parole, asseconda il papà soprattutto per ubbidienza e saggiamente percepisce che la vita non può esser fatta soltanto di gare di spelling.
La materia trattata nel film, come si evince, è densissima. E infatti è di derivazione letteraria, tratta dal romanzo “La stagione delle api” di Myla Goldberg e affidata alla sceneggiatrice Naomi Foner Gyllenhaal che per quanto esperta (è stata candidata all'Oscar nell'88 per “Vivere in fuga”) viene spesso travolta nei dialoghi dalla quantità di nozioni da inserire. Il risultato è che l'interesse, pur evidente, resta principalmente affidato alla pagina scritta e la l'aspetto strettamente cinematografico non riesce ad affrancarsi. “Parole d'amore” è diretto a quattro mani da Scott McGehee e David Siegel, autori nel 2001 dell'articolato thriller “I segreti del lago”. Hanno riconfermato l'impianto tecnico di quel film: la fotografia Giles Nuttgens, la musica di Peter Nashel e il montaggio di Lauren Zuckerman con l'aggiunta però del navigato Martin Walsh (Oscar per “Chicago”) per affrontare i problemi di edizione, non tutti risolti, in particolare sul piano del ritmo narrativo.
McGehee e Siegel sembrano soddisfatti di aver realizzato un film che si presta a dibattiti e interpretazioni e che vuol far riflettere sul valore delle parole. Pur non riuscendo ad approfondire i vasti temi proposti, si impegnano in alcune sottolineature stilistiche, come la ripresa aerea iniziale di un elicottero che trasporta una grande lettera “A” - palese omaggio alla sequenza d'apertura della “Dolce vita” di Fellini – e come gli effetti speciali usati nell'animazione delle parole pensate dalla piccola protagonista, un espediente però ripetuto un po' troppe volte.
Per quanto riguarda gli attori, Richard Gere si dà da fare per rendersi credibile come esperto di ebraismo e in senso lato lo spiritualismo gli interessa, dato che nella realtà è un buddista praticante. Juliette Binoche sembra voler ripetere i suoi personaggi interpretati nei capolavori di Kieslowski. I giovani Max Minghella (rampollo del regista Anthony) nella parte del figlio e Kate Bosworth in quella della ragazza sono piuttosto convincenti. Il peso maggiore è però sulle spalle della piccola debuttante Flora Cross che lo sostiene come se fosse già una professionista affermata.
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| Reinas |
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Tutti i fidanzati hanno in comune il fatto di essere gay, ma come tutti i maschi, a prescindere dai gusti in fatto di amore, danno moltissimo peso a ciò che dicono le loro madri.
Ofelia (Bettiana Blum), la madre protettiva e invadente; Reyes (Marisa Paredes), intollerante ed egoista; Nuria (Verónica Forqué), donna instabile e un po' promiscua; Magda (Carmen Maura), come dice l'attrice stessa, “la meno materna di tutte le madri” e, per finire, Helena (Mercedes Sampietro), che impedisce che la gente s'intrometta nella sua vita privata.
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| Le Cronache di Narnia |
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La Trilogia dell'Anello di Peter Jackson ha reso reale il genere fantasy come nessuno aveva realizzato prima. Tolkien grande amico dello scrittore C.S Lewis, condivideva con lui questo amore per storie che ormai fiabe.
Lewis in particolare aveva introdotto il concetto di Hnau , ovvero l'idea di attribuire al mondo animale personalità e razionalità, per giungere a scrivere “Le cronache di Narnia”, serie di sette libri, dei quali il primo a essere messo in scena è “Le cronache di Narnia – Il leone, la strega e l'armadio”.
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