Broken Flowers
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Don Johnston passa le giornate in tuta, seduto davanti al televisore; che ci crediate o no, è un dongiovanni. Nella sua vita ha avuto, e ha tuttora, donne molto belle dalle quali viene lasciato quasi sempre senza rimpianti. Un giorno Don riceve una lettera anonima: una delle sue tante ex gli comunica di avere avuto un figlio da lui vent'anni prima; il ragazzo è ora in cerca del padre e probabilmente lo troverà. Su consiglio di Winston, il suo vicino di casa votato alla famiglia, Don intraprende un viaggio attraverso l'America alla ricerca delle quattro donne con cui aveva avuto una relazione nel periodo indicato dalla lettera; vuole scoprire chi è la madre di suo figlio.
Il viaggio e il confronto con queste quattro diversissime figure lo porterà a interrogarsi col suo passato e dunque sul suo presente vuoto e malinconico; Don si esalterà quando crederà di essere vicino alla risposta, ma i punti interrogativi sono destinati ad aumentare.
Nell'ultimo film di Jarmusch l'attitudine principale è quella del distacco e del disagio che prova il protagonista di fronte alla propria vita: la ricerca di un senso pare già in sé surreale, e non è aiutata dalle pillole di umorismo (involontario) che ogni tanto impartisce il buon Winston.
La camera quasi sempre fissa, e in ciò molto aderente psicologicamente al personaggio di Don, e i lunghi silenzi con cui Jarmusch riempie il film producono un immediato senso di alienazione; ma vi sono vari squarci, attimi carichi di ironia (la sequenza a casa della borghese Dora) o di assurdità (lo sguardo dell'automobilista nell'ultima scena) che a poco a poco riempiono tale alienazione e, se non proprio un senso, almeno le danno una forma; è per questi attimi che vale la pena di guardare il film nella sua interezza.
Nel finale, infatti, ogni tassello va al suo posto, ogni personaggio ha fatto la sua parte ed ha lasciato il campo libero; l'unica cosa che continua a girare, come esprime “empaticamente” la camera, è la testa di Don, di nuovo solo col proprio fallimento, ma ormai anche fornito degli strumenti per reagire.
“Broken Flowers” è un film che va lasciato sedimentare e crescere nei ricordi: magari non “esilarante” come strillano le pubblicità, bensì tenero e ironico, il film fa entrare lo spettatore nella vicenda da vicino, con confidenza; al punto che, una volta usciti dalla sala, ci si continua a chiedere di chi mai sarà figlio il fantomatico ragazzo. Le quattro figure femminili (quattro attrici strepitose) sono simboli di altrettante facce dell'America, eppure Jarmusch non calca la mano su una possibile lettura socioantropologica: gli interessano di più le emozioni e la dimensione piccola da kammerspiel , il resto viene da sé (se c'è). Quello che lascia perplessa chi scrive, però, è proprio il personaggio di Bill Murray: oggettivamente, come fa un Don Johnston così brutto, vecchio, sciatto, privo di fascino ad essere un rubacuori? La sua condizione di dongiovanni viene subito presentata come una tautologia, è già “in essere”, ma davvero non si capisce da dove possa nascere. L'attore Murray, poi, sembra essere appena uscito da “Lost In Translation” e rifa praticamente lo stesso personaggio: seduto con le ginocchia larghe, le mani in grembo e lo sguardo malinconico; speriamo che non diventi un cliché .
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| Niente da nascondere |
Anche i registi tornano sul luogo del delitto. Se poi si tratta di Michael Haneke, c'è da giurare che provi anche un sottile piacere “maso…filmico”. A Cannes ha rischiato di vincere la Palma d'Oro, e per fortuna il suo settimo film "Caché – Niente da nascondere" si è guadagnato l'ambito premio per la miglior regia.
"Niente da nascondere" segue le orme di "Funny Games" (ricordate i videotape riavvolti dal torturatore?), il thriller che rivelò Haneke nel 1997, e si regge su una sceneggiatura mozzafiato, basata su una storiella in fondo senza pretese. |
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