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01/11/2005
di Livio Costarella
Niente da nascondere
Anche i registi tornano sul luogo del delitto. Se poi si tratta di Michael Haneke, c'è da giurare che provi anche un sottile piacere “maso…filmico”. A Cannes ha rischiato di vincere la Palma d'Oro, e per fortuna il suo settimo film "Caché – Niente da nascondere" si è guadagnato l'ambito premio per la miglior regia.
"Niente da nascondere" segue le orme di "Funny Games" (ricordate i videotape riavvolti dal torturatore?), il thriller che rivelò Haneke nel 1997, e si regge su una sceneggiatura mozzafiato, basata su una storiella in fondo senza pretese.
George (un bravissimo Daniel Auteil) e Anne (Juliette Binoche, un po' appesantita) sono una classica coppia alto-borghese francese. Lui è conduttore tv di un programma letterario, lei redattrice editoriale. Pierrot (Lester Makedonsky), il figlio 12enne, fa nuoto agonistico, ma ha qualche turba familiare che va ben oltre la sua età. Sullo sfondo anche la madre di Gorge, l'inossidabile Annie Girardot.
All'improvviso la vita dei coniugi è sconvolta da dei misteriosi videotape recapitati con sconcertante frequenza al loro domicilio. In quelle videocassette c'è la loro vita quotidiana: le uscite e le entrate dal loro appartamento, ma anche una geografia dei luoghi che rievoca una storia inquieta e sepolta nell'anima di George.
Il film procede, così, con una suspence che cresce a dismisura e che sembra debba esplodere da un momento all'altro. In realtà Haneke costruisce una forma arcuata che trova il suo picco espressivo in un cazzotto violento nell'occhio dello spettatore, l'autoesecuzione mortale con rasoiata alla gola dell'algerino, conoscenza d'infanzia di George.
Il terrore crescente del film trova in quella precisa sequenza un climax supremo, ma anche un profondo senso di impotenza, di fronte alla certezza che non è lui il “maggiordomo” dei videotape. Ed allora, dietro le maschere freudiane, il rimosso di un'infanzia segnata e le convenzioni che ci impongono di giocare a nascondino anche durante una cena con amici, Haneke svela impietosamente le falle di una società che va a picco.
Ci vuole poco per trasformare l'accogliente focolare domestico - in parquet, mogano e libreria fornitissima - nel teatro delle liti, dei segreti non detti, dei sensi di colpa che affiorano in una famiglia senza reali valori morali, tenuta insieme da colla posticcia. E Haneke è lì, a ipnotizzare con una regia calcolata, fredda, anzi gelida (non una nota di musica in tutto il film!), l'occhio dello spettatore condotto in un triplo sogno.
Quello della famiglia di Auteil, infilatasi in un imbuto senza uscita, quello di Haneke che manda simili videotape alle false certezze occidentali e quello di chi, come noi, osserva da uno schermo privilegiato le disgrazie altrui riflettendo sulle proprie. Inutile, dunque, chiedersi alla fine del film chi abbia realmente girato quelle vhs, mistero irrisolto del film e provocazione tipica di Haneke.
E' l'occhio del regista che filma tutto e scarabocchia sui fogli inquietanti recapitati a George e Anne, disegnando gli incubi moderni della nostra psiche. Da vedere e rivedere.

 


Niente da nascondere
Anche i registi tornano sul luogo del delitto. Se poi si tratta di Michael Haneke, c'è da giurare che provi anche un sottile piacere “maso…filmico”. A Cannes ha rischiato di vincere la Palma d'Oro, e per fortuna il suo settimo film "Caché – Niente da nascondere" si è guadagnato l'ambito premio per la miglior regia.
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