| La seconda notte di nozze |
Quando Pupi Avati si affida alla sua capacità di far rivivere l'Italia di un tempo che fu riesce sempre a essere convincente. E' la parte più incisiva, sicuramente la più riconoscibile, della sua produzione. In oltre 35 anni di carriera registica Avati si è cimentato nelle tematiche più disparate, ma dal tempo di “Una gita scolastica” (1983) ha trovato nelle sue corde d'autore una particolare sensibilità nella rievocazione di un passato popolato da vicende minime e buoni sentimenti, firmando film come “Festa di laurea”, “Storia di ragazzi e di ragazze”, “La via degli angeli” e “Il cuore altrove” caratterizzati dalla personalità del suo stile.
Nella “Seconda notte di nozze” Avati racconta una storia ambientata poco dopo la fine della seconda guerra mondiale, non solo sul grande schermo ma anche in un romanzo che ha lui stesso sceneggiato. Non si tratta di ricordi biografici perché Avati – classe 1938 – era all'epoca ancora bambino, ma certamente il suo gusto per la materia narrata lo porta a trasformarsi in un veritiero testimone del tempo. La vicenda si snoda tra la sua amata e natia Bologna e un paesino della Puglia. L'Italia sta faticosamente tentando di risollevarsi dalle sofferenze del conflitto. Al Nord si patisce la fame e si soffre per la mancanza di alloggi. Al Sud c'è il pericolo delle bombe inesplose che affiorano nei campi e sulle spiagge.
A Bologna vive tra gli stenti una vedova, Liliana, disposta a tutto – anche a concedersi – per non far mancare nulla al figlio nullafacente e scapestrato che vorrebbe far l'attore di cinema. In Puglia vive invece Giordano, un omino mite che confeziona bomboniere assieme alle due vecchie zie e che ha deciso di dedicarsi a un'opera meritoria ma rischiosissima: far brillare le mine che vengono ritrovate. Giordano non c'è più con la testa: è stato anche ricoverato in manicomio e sottoposto all'elettroshock. Più che la malattia mentale, però, su di lui pesa un senso di inutilità. Per questo vuol rendersi utile facendo lo sminatore e non è affatto interessato, a differenza delle zie, alle sue fruttuose proprietà terriere.
La vita di Giordano, però, cambia radicalmente quando riceve una lettera di Liliana. Tanti anni prima, quand'era ragazzina, Liliana andava a villeggiare con la famiglia in Puglia. Lì aveva conosciuto il fratello di Giordano e l'aveva sposato contro la volontà delle rispettive famiglie. Il piccolo Giordano, segretamente, si era innamorato ma da allora non si erano più rivisti, né avevano avuto più notizie l'uno dell'altra. Giordano non aveva nemmeno mai conosciuto il nipote. Né il figlio di Liliana sapeva di avere uno zio, ma da buon cialtrone appena apprende la notizia costringe la madre a un avventuroso viaggio verso la Puglia.
L'arrivo della vedova e del figlio manda in fibrillazione le zie, che vorrebbero rispedirli indietro. E fa palpitare il cuore di Giordano, convinto ingenuamente di poter coronare il sogno d'amore. Liliana non vorrebbe approfittare del cognato, ma suo figlio è davvero cinico e immorale e la obbliga a restare. Al tempo stesso, però, Giordano sarà pur labile di mente ma è così gentile e affettuoso...
Avati dirige con delicatezza e partecipazione, contando sui suoi ormai consolidati collaboratori come il fotografo Pasquale Rachini, il montatore Amedeo Salfa, la scenografa Simona Migliotti e il costumista Francesco Crivellini. Non manca il musicista Riz Ortolani ma nella colonna sonora la parte del leone spetta a canzoni dell'epoca, in particolare la struggente “Cantando con le lacrime agli occhi” di Mascheroni e Panzeri. Il regista bolognese è talmente coinvolto dai suoi personaggi che talvolta gli intenti poetici sono impalpabili, soprattutto nel finale, ma resta ampiamente il più che godibile quadro complessivo.
E soprattutto Avati conferma di essere eccellente nella direzione degli attori, proponendo un cast variegato ma sempre efficace e credibile anche se non vengono rispettate le cadenze dialettali dei personaggi. Danno colore i ruoli minori, come quelli ricoperti da Gilberto Idonea (il camionista profittatore), Tony Santagata (lo stornellatore), Robert Madison (il presunto divo del cinema), mentre sono di assoluto spessore le parti principali. A partire dalle due zie, interpretate in maniera formidabile dalla leggendaria ottantaduenne Marisa Merlini e dall'altrettanto incisiva Angela Luce. Neri Marcorè, dopo essere stato con Avati il buonissimo protagonista del “Cuore altrove”, sa cambiare registro incarnando lo spregevole figlio. Ottima la performance di Antonio Albanese che trova la misura giusta nei panni di Giordano, povero di spirito e ricco di cuore. Ma – come è noto – la vera sorpresa sta nel debutto come attrice di Katia Ricciarelli che ha la fisionomia perfetta per il ruolo di Liliana, pronta a umiliarsi per il figlio ma anche a saper premiare l'onesto affetto.
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| Tim Burton: " Ciò che mi piace della tecnica stop motion è la sua fisicità " |
| L'umorismo nero e lo stile del cartoon ci riportano alla mente un altro successo animato di Tim Burton "Nightmare before Christmas" del 1993. Anche ne "La sposa cadavere" infatti pupazzi veri vengono mossi impercettibilmente e ripresi su scenografie tridimensionali fotogramma per fotogramma ( stop motion ). Un lavoro lungo e certosino, quello della tecnica "stop motion" che nell'era del digitale può sembrare un po' datato, ma che viene difeso a spada tratta da Tim Burton, uno dei pochi registi-artigiani rimasti. |
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| Oliver Twist di Roman Polansky |
Polanski non è mai stato un regista “facile”, non ha mai cercato storie leggere e buoniste né ha mai raccontato rapporti umani meno che intricati e/o perversi; allora perché ha deciso di firmare l'ennesimo adattamento del classico dickensiano?
Partendo dalla “sceneggiatura” di Dickens, il regista ha messo in risalto l'impotenza del protagonista rispetto alle situazioni in cui si trova, anzi in cui viene catapultato dagli altri. |
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| La damigella d'onore |
Varcata la soglia dei 75 anni, Chabrol dirige una pellicola incisiva che si aggiunge alle altre girate in oltre 45 anni di carriera. Con questo film viene approfondita l'analisi delle contraddizioni che si celano dietro le apparenze dei nuclei familiari e delle comunità di provincia.
In questo senso “La damigella d'onore” è un prodotto esemplare. Dieci anni dopo il “Buio nella mente” Chabrol è tornato a ispirarsi a un romanzo della sua coetanea ed esperta giallista londinese Ruth Rendell. |
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