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20/05/2005
di Franco Cicero
La Caduta
E' il bunker di Hitler il luogo centrale attorno al quale ruota storicamente l'atto finale della follia nazista, esattamente sessant'anni fa. “La caduta” ricostruisce minuziosamente i tragici eventi che si sono succeduti dentro il bunker, dal giorno del 56. compleanno del dittatore nazista, il 20 aprile 1945, al suo suicidio, il 30 aprile, fino alla capitolazione tedesca, il 2 maggio, quando il bunker è ormai rimasto deserto. La dimensione claustrofobica della narrazione e l'arco di tempo limitato hanno dato l'impressione di non mostrare appieno la vastità della follia criminale del regime nazista e del führer in particolare. Da qui le vivacissime polemiche che, in Germania, hanno accompagnato qualche mese fa l'uscita del film. Tra i critici più severi si è distinto il regista Wim Wenders, probabilmente anche turbato nel vedere il suo “angelo” Bruno Ganz del “Cielo sopra Berlino” perdere le ali e indossare la macabra divisa di Adolf Hitler.

Non c'è, in realtà, da dubitare sulla sincera fede democratica e antinazista dei realizzatori della “Caduta”, il regista Oliver Hirschbiegel e lo sceneggiatore Bernd Eichinger che hanno tratto ispirazione dall'omonimo saggio del serissimo storico Joachim Fest e dal meticoloso diario di Traudl Junge, al tempo giovane segretaria di Hitler, deceduta nel 2002. La questione è che anche nei solenni momenti storici, i protagonisti compiono atti quotidiani, spesso insignificanti, che possono apparire incongrui con la loro autentica, intima, natura. Non può, quindi, stupire che perfino un implacabile tiranno come Hitler, colpevole del più crudele e sistematicamente organizzato genocidio di tutti i tempi, abbia potuto tenere in certi casi – soprattutto nell'imminenza dell'incombente disfatta – comportamenti “normali”. E' la terribile “banalità del male”, per citare l'esemplare saggio di Hannah Arendt su un altro atroce criminale nazista, Eichmann.

Nessuna possibilità, senza dubbio, che “La caduta” voglia esprimere “simpatia” né ancor meno compassione per Hitler nei momenti terminali della sua vita. Semmai l'ambizione del film è quella di voler mostrare le reazioni e i legami dei vari personaggi che sono stati testimoni più o meno diretti della fine del führer, alla ricerca di una soluzione all'irrisolto quesito che arrovella, soprattutto i tedeschi, da decenni: come ha potuto un intero popolo dalle nobili tradizioni mettersi nelle mani di un individuo palesemente squilibrato e animato da un'ideologia fondata su un odio immotivato?

Nemmeno “La caduta”, naturalmente, può dare una risposta a una domanda talmente epocale. E forse le due ore e mezza del film non sono efficaci quanto i pochi minuti, dopo i titoli di coda, in cui appare il volto della vera Traudl Junge, ormai anziana, che con parole semplici conferma di non essere stata al tempo a conoscenza dello sterminio degli ebrei, tuttavia ha il coraggio intellettuale di non cercare alibi né di attenuare il proprio profondissimo senso di colpa.

Tornando al film, l'idea della sceneggiatura è – come detto – quella di far rivivere quelle giornate cruciali in cui Berlino era ormai cannoneggiata dalle sempre più vicine truppe sovietiche e Hitler con i suoi fedelissimi non poteva più allontanarsi dal bunker. Il film segue le vicende di coloro che hanno avuto occasione di parlare col führer o anche di vederlo di sfuggita in quegli ultimi giorni del regime. A partire dai gerarchi storicamente noti – Himmler, Göring, Goebbels, Speer – e dall'amante Eva Braun, sposata da Hitler in extremis, fino a personaggi misconosciuti, ciascuno tuttavia emblema di una nazione allo sbando, in procinto non solo di perdere la guerra ma anche di scoprire di essere stata coinvolta colpevolmente in orrori indicibili.

C'è il bambino che è orgoglioso di indossare la divisa nazista e considera la guerra quasi come un gioco, finché non ne tocca con mano le atrocità e comprende quanto sia ben poca cosa la decorazione che riceve personalmente da Hitler. E c'è l'ufficiale medico che non abbandona il campo non perché sia un fervente nazista bensì perché sa quante migliaia di feriti abbiano bisogno di lui e viene convocato dal führer che gli chiede quale sia il metodo più efficace per suicidarsi. C'è, soprattutto, la segretaria per la quale è prevista l'unica digressione temporale del film, quando si risale al momento in cui fu assunta, due anni e mezzo prima: la giovane, bavarese di Monaco, è felice di lavorare per il führer e soltanto nel momento in cui è chiamata a stenografare il suo testamento comincia a percepire la follia che lo pervade.

Ogni minimo particolare, proposto nel film con teutonica precisione, è storicamente accertato da testimonianze o da scritti. Ciò rende “La caduta” assai interessante sul piano documentario, mentre sul piano specificamente cinematografico il film ha la cadenza di un accurato sceneggiato televisivo. Dall'esperienza televisiva, infatti, proviene il quarantottenne regista amburghese Oliver Hirschbiegel, autore di molti episodi del “Commissario Rex” e debuttante al cinema nel 2001 con “The experiment”, non privo d'efficacia e anch'esso fortemente claustrofobico. Nella “Caduta” è fin troppo evidente l'attenzione della regia di non uscire dai binari degli avvenimenti storici, come pure avviene nella sceneggiatura di Bernd Eichinger, noto piuttosto come produttore. La confezione è pertanto convenzionale, pur di adeguato livello, con la fotografia di Rainer Klausmann, il montaggio di Hans Funck e una menzione particolare all'impianto scenografico di Bernd Lepel.

A proposito del crollo del nazismo, sul piano visivo e contenutistico restano più incisivi film come “Gli ultimi dieci giorni di Hitler” di Ennio De Concini con Alec Guinness del '73 e “Moloch” di Aleksandr Sokurov del '99. Hirschbiegel, al di là della qualità della ricostruzione, concede pochi momenti di cinema puro ma va ricordata almeno una sequenza di terribile efficacia: quando la moglie di Goebbels, lucidamente fanatica nazista, avvelena uno a uno i suoi sei figli e poi tira la coperta sul volto di ciascuno, lasciando scoperti i piedini delle vittime innocenti.

Onore a Bruno Ganz perché rifugge da ogni istrionismo nell'interpretazione di Hitler: da attore coscienzioso, mette in evidenza il crollo nervoso di una personalità schizofrenica, affetta dal morbo di Parkinson testimoniato dal costante tremolio della mano sinistra, incapace di ammettere i propri devastanti errori e tesa a un autoassolutorio “cupio dissolvi”. Giustamente sopra le righe è Juliane Köhler nel rendere la disperata isteria di Eva Braun che mente anzitutto a se stessa simulando che – pur sotto i martellanti bombardamenti – si può continuare a organizzare feste e divertimenti. Misurata è la prova della graziosa Alexandra Maria Lara nel ruolo della segretaria Traudl Junge. Il cast dei comprimari è foltissimo, come si conviene a un kolossal, e tutti gli attori risultano ben scelti e somiglianti ai personaggi storicamente esistiti. Spiccano Ulrich Matthes e Corinna Harfouch per l'abilità con cui incarnano la scioccante perversione dei coniugi Goebbels, mostruose creature del fanatismo nazista.

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