| La tigre e la neve |
Ispirato dal soffio lieve della poesia, Roberto Benigni realizza un film delicato e commovente, dai toni fiabeschi ma profondamente calati nella cruda realtà contemporanea. Si narra semplicemente di quali e quante avversità un uomo innamorato sia disposto ad affrontare e superare per la donna dei suoi sogni. Non già, si badi bene, per conquistarla, bensì per ridarle la vita. E non perché lei gli sia eternamente grata, ma per quel puro disinteresse che solo l'amore sa dare, come insegna Charlie Chaplin con la giovane fioraia cieca di “Luci della città”: una lezione che Benigni mostra di tenere ben presente.
Il protagonista è Attilio, un mite insegnate e poeta, con la testa perennemente tra le nuvole. Anzi, tra i suoi sogni che sono tante variazioni di un unico, trasparente, desiderio: sposare la donna amata. Che si chiama Vittoria, si occupa pure di poesia ma non vuol saperne di lui. Si incontrano a Roma alla conferenza di un grande poeta iracheno, Fuad, sul quale Vittoria sta scrivendo un libro. Fuad ha deciso di tornare a Bagdad e lei va con lui per completare il volume. Ma siamo nel 2003, alla vigilia dello scoppio del conflitto. E una telefonata improvvisa annuncia ad Attilio che Vittoria è stata ferita ed è morente in un ospedale di Bagdad.
Da quel momento Attilio ha un solo scopo: raggiungere Bagdad e trovare le medicine necessarie. Impresa impossibile, là dove i medicinali scarseggiavano anche prima del conflitto. Con palpitante dedizione Attilio è pronto a tutto. Ma sarebbe riduttivo pensare che la vicenda si risolverà soltanto nel segno dell'“amor omnia vincit”: sono ancora in serbo sorprese, positive e negative, capaci di scatenare ondate emotive fino all'ultima inquadratura.
Benigni stesso scrive come al solito la sceneggiatura, assieme – fin dai tempi del “Piccolo diavolo” – a Vincenzo Cerami. La novità è che quasi tutti i dialoghi del film, anche quelli apparentemente colloquiali, sono imbevuti con sensibilità di citazioni poetiche. Alcune evidenti perché più note (Montale, D'Annunzio), altre percepibili ma svelate solo nei titoli finali (Tagore, Hikmet, Omar Khayyam e tantissimi altri), mentre nella sequenza iniziale del sogno di Attilio (il nome del poeta Bertolucci) appaiono i volti di Ungaretti, la Yourcenar, Montale e Borges. Non è citazionismo fine a se stesso, ma la logica evoluzione del percorso poetico di Benigni, acclamato protagonista nel corso degli anni di sublimi “letture” dantesche della “Divina commedia”.
E' sinceramente convinto, Benigni, del ruolo salvifico della poesia. Lo si scorge più volte nel film: quando Attilio spiega alle sue figlie l'importanza di saper descrivere i sentimenti, o quando tiene una fantastica lezione ai suoi studenti che riecheggia quelle del professor Keating (Robin Williams) nell'“Attimo fuggente”. O ancora quando il protagonista, stracarico di medicine al punto da essere scambiato per un kamikaze dai marines, supera il posto di blocco pronunciando il nome del massimo poeta americano, Walt Whitman.
Sarebbe bello se la poesia potesse cancellare tutte le brutture della guerra. Benigni non è così ingenuo e lo dimostrò ampiamente nella “Vita è bella”. Ma il cielo stellato di Bagdad è ammirevole anche mentre sono in corso i bombardamenti. Purché ci sia la speranza, assieme all'amore: ed è questo il punto su cui discutono Attilio e Fuad, due poeti dal carattere complementare, eppure diverso.
Fa piacere ritrovare Benigni (dopo la parentesi imperfetta di “Pinocchio”) ancor più sicuro di sé anche come regista, ormai autore a tutto tondo. Ha tratto il titolo suggestivo “La tigre e la neve” da un quadro del pittore giapponese Katsushika Hokusai (1760-1849), rende omaggio a Sergio Leone citando “Il buono, il brutto, il cattivo” e si concede più di un guizzo cinematografico con la collaborazione del fotografo Fabio Cianchetti e del montatore Massimo Fiocchi, tra le scenografie di Maurizio Sabatini, che ricostruiscono volutamente in maniera non realistica la Bagdad bombardata, con l'accompagnamento di un'ennesima colonna sonora azzeccata di Nicola Piovani, impreziosita dalla struggente canzone “You can never hold back spring” eseguita da Tom Waits che l'ha composta assieme alla moglie Kathleen Brennan.
Resta sempre cruciale il ruolo di Benigni come attore, stavolta più che mai impegnato ad arricchire di sfumature il suo Attilio. Nel mondo c'è meno da ridere, ma Benigni non si sottrae a suscitare buonumore alle prese, da par suo, con un cammello oppure con un canguro (in un contesto assai bizzarro), o quando si ritrova in un campo minato oppure quando definisce un ammazzamosche “arma di distruzione di massa”. Sa essere pimpante con i numerosi comprimari, tra cui Emilia Fox (la collega innamorata), Giuseppe Battiston (l'amico freudiano), Gianfranco Varetto (l'avvocato inascoltato). Ma sa anche trovare il tono giusto per rivolgere ad Allah un accorato “Padre nostro”. Suo perfetto alter ego è Jean Reno, assai intenso nel dolente ruolo di Fuad. E, ovviamente, sua perfetta metà è Nicoletta Braschi, vista attraverso il filtro dello sguardo innamorato di Benigni dal cuore puro e pieno di speranza.
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