| La damigella d'onore
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Un colpo di fulmine fa credere al giovane Philippe Tardieu di aver trovato la donna della sua vita. Philippe la vede per la prima volta al matrimonio di una delle sue due sorelle: la ragazza, Senta, è la cugina dello sposo ed è la damigella d'onore. Già appena terminate le nozze dei loro parenti, Philippe e Senta si amano appassionatamente. E anche loro due sembrano destinati a convolare rapidamente a nozze.
Philippe è il classico bravo ragazzo della provincia francese. Bravo lavoratore, assai legato alla madre vedova e alle due sorelle minori, vive ancora a casa con loro ed è generoso nell'aiutarle quando hanno – spesso – carenza di euro. L'unica cosa che lo turba è che la madre sta stringendo un'affettuosa amicizia con un signore divorziato, al quale decide di regalare una statuetta da giardino, raffigurante la testa di una fanciulla, a cui Philippe tiene moltissimo. A lui quell'amico della madre non va proprio giù e in un raro impeto di trasgressione si reimpossessa della scultura e la custodisce gelosamente.
Tanto è lo stupore di Philippe quando incontra Senta perché in lei ravvisa i lineamenti della statua e perché l'alchimia tra loro funziona alla perfezione. Certo, lei è una ragazza sui generis. Misteriosa e irregolare, vive con la matrigna in una villa grandissima ma tra tante belle stanze ha scelto per sé il decadente scantinato. Senta racconta di sé tante cose strane, sostiene di essere un'aspirante attrice e di aver avuto le più disparate esperienze, nonostante l'età assai giovane. Forse – pensa Philippe – è un po' mitomane, ma che importa quando la passione è così travolgente. In fondo, basta assecondarla anche quando le enuncia i propri quatto comandamenti per raggiungere l'amore assoluto: piantare un albero, scrivere una poesia, amare una persona dello stesso sesso e uccidere un uomo. Sono esperienze, soprattutto le ultime due, che Philippe non ha alcuna intenzione di fare. Tanto, è proprio convinto, nemmeno lei le avrà fatte.
Semmai, a sorpresa, i veri problemi possono insorgere negli ambienti più imprevisti, come nella propria famiglia. Infatti Philippe viene convocato dalla polizia perché la sua sorella minore è invischiata in brutti giri. Ma durante la permanenza in commissariato Philippe percepisce una situazione molto più complicata e allucinante.
Varcata felicemente la soglia dei 75 anni, Claude Chabrol dirige una pellicola incisiva che si aggiunge alle altre (più di sessanta) che ha girato in oltre 45 anni di carriera. Glorioso esponente dei fondatori della “nouvelle vague”, Chabrol si è sempre distinto per la sua meticolosa conoscenza della cinematografia di Alfred Hitchock, dal quale ha ereditato alcuni punti fermi strutturali, come i meccanismi della suspense, la nitida descrizione anche dei personaggi minori, la convinzione che il crimine non paga mai e la determinante presenza femminile nel segno della “follia”. Come proprio originale contributo, Chabrol ha approfondito l'analisi delle contraddizioni che si celano dietro le apparenze dei nuclei familiari e delle comunità di provincia.
In questo senso “La damigella d'onore” è un prodotto esemplare e dieci anni dopo l'ottimo risultato del “Buio nella mente” (in originale “La cérémonie”) il regista francese è tornato a ispirarsi a un romanzo della sua coetanea ed esperta giallista londinese Ruth Rendell. La trasposizione della vicenda, spostando l'azione dall'Inghilterra alla Francia, è stata curata dallo stesso regista col neofita Pierre Leccia e la supervisione allo script di sua moglie Aurore Chabrol. Del resto, Chabrol adora servirsi dei suoi familiari, come i figli Thomas, che interpreta il tenente poliziotto, e Matthew, che compone la colonna sonora. E anche sul piano tecnico ormai da anni Chabrol continua il sodalizio con fidati collaboratori come la montatrice Monique Fardoulis e il fotografo Eduardo Serra, al quale va il merito di aver creato suggestive atmosfere claustrofobiche.
Eccellente è la direzione degli attori, fin dai ruoli più piccoli come quello di un'anziana e petulante signora in cui appare Suzanne Flon, scomparsa nel giugno scorso, o quello di un barbone, interpretato da Michel Duchaussoy. Per passare ai validi comprimari Bernard Le Coq (l'amico della madre), Anna Mihalcea (la sorella minore), Solène Bouton (la sorella sposata) e soprattutto la sensibile Aurore Clément (la madre). E per finire in bellezza con l'inedita coppia di protagonisti, formata dalla sensuale ventiduenne Laura Smet, forse ancora un po' acerba ma pronta a spiccare il volo anche perché è figlia d'arte (di Nathalie Baye e Johnny Hallyday), e dall'ottimo trentunenne Benoit Magimel, al secondo film consecutivo diretto da Chabrol dopo “Il fiore del male”, che si conferma interprete ormai consolidato – quattro anni dopo il premio a Cannes con Isabelle Huppert per “La pianista” di Michael Haneke - e ben attento alle sfumature.
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| La tigre e la neve |
| Ispirato dal soffio lieve della poesia, Roberto Benigni realizza un film delicato e commovente, dai toni fiabeschi ma profondamente calati nella cruda realtà contemporanea. Si narra semplicemente di quali e quante avversità un uomo innamorato sia disposto ad affrontare e superare per la donna dei suoi sogni. Non già, si badi bene, per conquistarla, bensì per ridarle la vita. E non perché lei gli sia eternamente grata, ma per quel puro disinteresse che solo l'amore sa dare, come insegna Charlie Chaplin con la giovane fioraia cieca di “Luci della città”: una lezione che Benigni mostra di tenere ben presente. |
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| Oliver Twist di Roman Polansky |
Polanski non è mai stato un regista “facile”, non ha mai cercato storie leggere e buoniste né ha mai raccontato rapporti umani meno che intricati e/o perversi; allora perché ha deciso di firmare l'ennesimo adattamento del classico dickensiano?
Partendo dalla “sceneggiatura” di Dickens, il regista ha messo in risalto l'impotenza del protagonista rispetto alle situazioni in cui si trova, anzi in cui viene catapultato dagli altri. |
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| Falorni: dalla scuola di Monaco alla notte degli Oscar |
| L'importanza della solidarietá tra gli uomini, insegnata da una piccola storia su un cucciolo di cammello nato nel deserto dei Gobi.
E' "La storia del cammello che piange", diretto dall'italiano Luigi Falorni insieme alla mongola Byambasuren Davaa come diploma alla Scuola di Cinema di Monaco. La distribuzione è della Fandango a partire dal 27 maggio. |
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