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26/05/2005
di Franco Cicero
I colori dell'anima
I film ispirati alle biografie di artisti famosi prestano spesso il fianco alle critiche. Anzitutto devono subire i minuziosi appunti degli studiosi che mal sopportano le infedeltà agli avvenimenti realmente accaduti. In più, corrono il rischio di apparire del tutto soccombenti  nell'impresa di cimentarsi con capolavori conclamati dell'arte figurativa, quando si tratta di “biopic” di pittori. E quasi sempre resta irrisolto il tentativo cinematografico di descrivere l'atto della creazione, di rendere per immagini quel “quid” sublime che prelude alla realizzazione di un'opera d'arte.
Eppure non diminuisce, anzi sembra proprio aumentare, l'intensità con cui il cinema attinge alle figure dei grandi pittori, nonostante le stroncature incombenti. Per restare soltanto ad alcuni esempi degli ultimi anni, si possono ricordare “Surviving Picasso” di James Ivory con Anthony Hopkins, “Pollock” diretto e interpretato da Ed Harris, “La ragazza sull'orecchino di perla” di Peter Webber su Johannes Vermeer interpretato da Colin Firth, e forse il più riuscito, “Frida” di Julie Taymor con Salma Hayek nei panni della Kahlo.
Sono tutti film in cui la figura dell'artista e soprattutto la visione delle sue opere sovrastano nettamente la materia cinematografica, come in passato era avvenuto per le pur famose pellicole su Michelangelo (“Il tormento e l'estasi” con Charlton Heston), Van Gogh (“Brama di vivere” con Kirk Douglas”), Toulouse-Lautrec (“Moulin Rouge” con Josè Ferrer), con poche eccezioni come “Caravaggio” di Derek Jarman.
Ma il cinema, arte delle immagini in movimento, non riesce a staccarsi dalla madre per eccellenza, la pittura. E quindi fioccheranno sempre altri film sui maestri dell'arte figurativa, tra i quali va senz'altro annoverato il livornese Amedeo Modigliani la cui vita, purtroppo breve (1884-1920), fu decisamente contrassegnata da sventure e dall'incomprensione dei contemporanei , ma la cui fama – postuma, ahilui – è indiscutibile. Appartengono ormai all'immaginario collettivo le sue figure dai colli allungati e il suo stile è ben noto anche ai non addetti ai lavori, come fu testimoniato dal riuscito scherzo di anni fa di tre giovani burloni livornesi che scolpirono tre teste “alla Modigliani” traendo in inganno anche serissimi studiosi.
Modigliani era già stato immortalato sul grande schermo nel '58 in “Montparnasse” di Jacques Becker col bellissimo volto di Gérard Philipe e con Anouk Aimée nel ruolo dell'amatissima e altrettanto sfortunata Jeanne Hébuterne. Incurante di questo illustre precedente – c'è anche un misconosciuto “Modì”  diretto nel 1990 da Franco Brogi Taviani – lo scozzese Mick Davis si tuffa con gagliardia nella regia e nella sceneggiatura dell'ultimo anno di vita di Modigliani.
Nella Parigi del 1919, in un contesto assolutamente bohèmien, è facile incontrare al Cafè Rotonde personaggi influenti nella cultura – non solo pittorica - del XX secolo, come Pablo Picasso (con la seducente moglie Olga), Jean Cocteau, Gertrude Stein, Max Jacob, Diego Rivera, Maurice Utrillo, Chaim Soutine e altri ancora. Alcuni già celebri – Picasso su tutti – altri animati da un sacro furore artistico – come il nostro Modigliani – nonché da varie avversità. A soli 35 anni, infatti, Amedeo è minato dalla tubercolosi e non lo aiutano certo le copiose bevute di vino e di assenzio né le perenni sigarette accese. E nemmeno la tormentatissima storia d'amore con la donna della sua vita, Jeanne, dalla quale ha avuto una bambina. Ma il padre di Jeanne si oppone duramente alla loro relazione, anche perché Amedeo vorrebbe soltanto convivere e poi è ebreo. Nei ricordi, mescolati alle allucinazioni alcoliche, Amedeo si rivede bambino quando ancora viveva in povertà a Livorno e la sua famiglia fu sfrattata da casa.
Però Modì non perde il gusto di vivere e di dipingere, spronato da un'insormontabile rivalità con Picasso, fatta di ripicche e di dispetti, quasi al limite dello scontro fisico. Nessuno dubita della bravura di Modigliani, anzi gli artisti più ribelli lo considerano un emblema, ma la realtà è che il suo agente Zborowski non riesce a vendere nemmeno un quadro. Il potente Picasso odia ma anche ammira l'impertinente Modigliani: insieme vanno a trovare il celebre Auguste Renoir, ormai in punto di morte. Ma poi litigano di nuovo.
Intanto il mondo artistico parigino attende con ansia una sfida di pittura contemporanea, con una buona somma in palio. Né Modigliani né Picasso vogliono iscriversi, orgogliosi come sono, però poi decidono di affrontarsi in questo duello a colpi di colori e pennelli. Ma a Modì anzitutto interessa Jeanne, che ha abbandonato la famiglia per stare con lui però le è stata sottratta la bambina. La tragedia incombente si incrocia con la sfida pittorica, il cui esito non va rivelato perché è un effetto cinematografico. Invece la verità reale – su cui si chiude il film – è che il 24 gennaio 1920 Amedeo Modigliani si spegne, seguito appena due giorni dopo dall'infelice Jeanne.
Come sceneggiatore, Mick Davis non va tanto per il sottile e mescola con una certa disinvoltura gli eventi reali con quelli immaginari, però il risultato ha una certa efficacia. Del resto, Davis ha apertamente dichiarato di aver voluto immaginare la vita di Modigliani come quelle delle rockstar dei giorni nostri. Artisti “maledetti”, insomma, dall'esistenza breve e bruciata rapidamente. Davis non esita a usare qualche caratterizzazione di maniera, come l'italianità di Modigliani evocata dall'Inno di Mameli che il personaggio fischietta spesso, né a introdurre espedienti narrativi, come le visioni del pittore che dialoga con se stesso da bambino.
La regia non manca di ambizioni d'autore, anche se si tratta soltanto del secondo film di Davis che aveva esordito nel '99 con “The Match”, proponendo qualche riuscita arditezza visiva, sostenuta dalla fotografia di Emmanuel Kadosh (meno dal montaggio  di Emma E. Hickox) e ancor di più dal progetto scenografico di Giantito Burchiellaro che ricostruisce sul set a Bucarest una Parigi d'epoca un po' di maniera ma dotata d'una credibile atmosfera.
Agli attori che si cimentano con personaggi realmente esistiti è richiesta una recitazione sopra le righe. Alcuni sfruttano la notevole somiglianza con gli originali, come Udo Kier (Jacob) e Peter Capaldi (Cocteau); ad altri è richiesto un temperamento drammatico, come Hippolyte Girardot (Utrillo), Louis Hilyer (Zborowski), Steven Rimkuss (Soutine) e Jim Carter (l'odioso  padre di Jeanne); altri ancora si lanciano in gustose caratterizzazioni, come Miriam Margolyes (Gertrude Stein) e in particolare Omid Djalili che si diverte a ricreare Pablo Picasso con al fianco, nel ruolo della moglie, Eva Herzigova.
Il nome di richiamo è certamente Andy Garcia: quasi mai un divo hollywoodiano si amalgama bene con un cast europeo, però si percepisce che l'attore di origine cubana ha una sincera simpatia per il suo Modigliani e lo incarna – anche fisicamente - col giusto spirito, specchiandosi nel volto del piccolo Federico Ambrosini. Ma le vere emozioni giungono dalla parigina Elsa Zylberstein che fa rivivere la dolente Jeanne col proprio volto che sembra davvero dare un'anima tangibile a un autentico quadro di Modigliani.
Quando sei nato non puoi più nasconderti


Il film di Giordana ha la bella intuizione di affidare tematiche così complesse a un finale aperto, sulle note stridenti di una canzone di Eros Ramazzotti, che fa da contraltare al brano di Tom Waits sui titoli iniziali. Il regista, opportunamente, non vuole né una conclusione drastica né un inopportuno lieto fine. L'efficacia concettuale non trova però stavolta un'adeguata rispondenza sul piano visivo. Ed è questa la ragione per cui il film – pur trattando argomenti nobili e importanti – non è stato preso in considerazione  dalla giuria del Festival di Cannes dove era in concorso.  I suoi collaboratori tecnici sono di riconosciuta qualità (il fotografo Roberto Forza, il montatore Roberto Missiroli, lo scenografo Giancarlo Basili) però le immagini del dramma epocale dell'immigrazione appartengono troppo al presente, vengono quotidianamente trasmesse nei telegiornali, e nella loro trasposizione sul grande schermo sembrano perdere efficacia.

Falorni: dalla scuola di Monaco alla notte degli Oscar

L'importanza della solidarietá tra gli uomini, insegnata da una piccola storia su un cucciolo di cammello nato nel deserto dei Gobi.
E' "La storia del cammello che piange", diretto dall'italiano Luigi Falorni insieme alla mongola Byambasuren Davaa come diploma alla Scuola di Cinema di Monaco. La distribuzione è della Fandango a partire dal 27 maggio.

La Caduta


E' il bunker di Hitler il luogo centrale. “La caduta” ricostruisce minuziosamente i tragici eventi che si sono succeduti dentro il bunker, dal giorno del 56mo compleanno del dittatore nazista, il 20 aprile 1945, al suo suicidio, il 30 aprile, fino alla capitolazione tedesca, il 2 maggio, quando il bunker è ormai rimasto deserto. La dimensione claustrofobica della narrazione e l'arco di tempo limitato hanno dato l'impressione di non mostrare appieno la vastità della follia criminale del regime nazista e del führer in particolare. Da qui le vivacissime polemiche che, in Germania, hanno accompagnato qualche mese fa l'uscita del film.

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