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26/05/2005
di Sabina Prestipino
Falorni: dalla scuola di Monaco alla notte degli Oscar
L'importanza della solidarietá tra gli uomini, insegnata da una piccola storia su un cucciolo di cammello nato nel deserto dei Gobi.
E' "La storia del cammello che piange", diretto dall'italiano Luigi Falorni insieme alla mongola Byambasuren Davaa.
Distribuito dalla Fandango di Domenico Procacci, a partire dal 27 maggio, il film è stato realizzato dai due registi come film di diploma alla Scuola di Cinema di Monaco. E piano piano è diventato un piccolo caso, per lo più in seguito alla partecipazione ad una ventina di festival in giro per  il mondo. "Il cammello che piange", acquistato in una settantina di paesi, è approdato anche a Hollywood, prima come candidato al Golden Globe e poi all'Oscar.
Ambientato nel Deserto del Gobi, "La storia del cammello che piange" è quella di una famiglia di pastori nomadi, che  si prende cura di un cammello bianco nato in seguito a un parto molto difficile e per questo rifiutato dalla madre. Ogni  tentativo per avvicinare mamma-cammello al piccolo si rivela vano. Il padre di famiglia manda i due membri piú giovani del gruppo a cercare in cittá un violinista.
Le credenze popolari di quei luoghi infatti tramandano che solo la musica struggente del violino è in grado di risvegliare l'istinto materno dell'animale.
A Falorni però non interessa tanto dimostrare che tale strumento musicale sia ingrado di compiere il miracolo.
"Il rimedio attuato da questa famiglia di nomadi si chiama semplicemente solidarietá. Ogni singolo membro del gruppo è pronto a venire in
soccorso dell'altro e non importa che si tratti di un cammello: è comunque un essere debole che ha bisogno di aiuto - spiega il giovane regista italiano -  Il desiderio e l'orgoglio di trovare nell'unione la forza di superare le difficoltá
è il messaggio che volevamo trasmettere con questo film ". E forse è anche uno dei motivi per cui la pellicola ha riscosso un   successo
internazionale. La metafora del film infatti è davvero rassicurante: tutti ci possiamo trovare soli e abbandonati come fossimo in un deserto, e poter contare sull'aiuto di qualcuno è molto importante.
Quanto al fatto che il genere documentaristico stia vivendo una nuova primavera, Falorni
commenta: "Oggi i documentari sono sempre piú vicini nella struttura narrativa a opere di fiction. E anche se
in Italia sono ancora ritenuti noiosi, all'estero il pubblico è
tornato a considerarli sexy".
Quando sei nato non puoi più nasconderti


Il film di Giordana ha la bella intuizione di affidare tematiche così complesse a un finale aperto, sulle note stridenti di una canzone di Eros Ramazzotti, che fa da contraltare al brano di Tom Waits sui titoli iniziali. Il regista, opportunamente, non vuole né una conclusione drastica né un inopportuno lieto fine. L'efficacia concettuale non trova però stavolta un'adeguata rispondenza sul piano visivo. Ed è questa la ragione per cui il film – pur trattando argomenti nobili e importanti – non è stato preso in considerazione  dalla giuria del Festival di Cannes dove era in concorso.  I suoi collaboratori tecnici sono di riconosciuta qualità (il fotografo Roberto Forza, il montatore Roberto Missiroli, lo scenografo Giancarlo Basili) però le immagini del dramma epocale dell'immigrazione appartengono troppo al presente, vengono quotidianamente trasmesse nei telegiornali, e nella loro trasposizione sul grande schermo sembrano perdere efficacia.

I colori dell'anima

Il nome di richiamo del film è certamente Andy Garcia: quasi mai un divo hollywoodiano si amalgama bene con un cast europeo, però si percepisce che l'attore di origine cubana ha una sincera simpatia per il suo Modigliani e lo incarna – anche fisicamente - col giusto spirito, specchiandosi nel volto del piccolo Federico Ambrosini. Ma le vere emozioni giungono dalla parigina Elsa Zylberstein che fa rivivere la dolente Jeanne col proprio volto che sembra davvero dare un'anima tangibile a un autentico quadro di Modigliani.
La Caduta


E' il bunker di Hitler il luogo centrale. “La caduta” ricostruisce minuziosamente i tragici eventi che si sono succeduti dentro il bunker, dal giorno del 56mo compleanno del dittatore nazista, il 20 aprile 1945, al suo suicidio, il 30 aprile, fino alla capitolazione tedesca, il 2 maggio, quando il bunker è ormai rimasto deserto. La dimensione claustrofobica della narrazione e l'arco di tempo limitato hanno dato l'impressione di non mostrare appieno la vastità della follia criminale del regime nazista e del führer in particolare. Da qui le vivacissime polemiche che, in Germania, hanno accompagnato qualche mese fa l'uscita del film.

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